sabato 7 dicembre 2013

Uscire dall’euro non è il problema ma bensì la soluzione.

Di Antonio Cuesta
Fonte:   Rebelion
Traduzione di Luciano Lago.
 
Nello scorso fine settimana si è concluso ad Atene un convegno internazionale organizzato dal Fronte Unitario Popolare (EPAM) della Grecia, nel quale una ventina di economisti, membri di organizzazioni sociali, politici e giornalisti di diversi paesi europei, hanno discusso sullla struttura economica  finanziaria dell’Unione Europea, così come del processo involutivo democratico sofferto, nella misura in cui  le politiche neoliberiste hanno guadagnato terreno.


Nonostante il silenzio mediatico sulla convocazione e lo svolgimento della stessa, l’incontro è stato seguito da un buon numero di presenti e, incluso, è stato radiotrasmesso attraverso internet in modo da permettere che i cittadini potessero dibattere ed intervenire, nelle città dove l’EPAM dispone di gruppi di iscritti,seguendo gli interventi durante il convegno.

Questo è stato senza dubbio il maggiore valore dell’iniziativa, aprire il dibattito circa le esperienze nei diversi paesi europei e la convenienza, oppure no, di rimanere nell’eurozona e nella UE.

Vi sono enormi resistenze tra gli estimatori del sistema neoliberista alla possibilità che l’opinione pubblica  sia informata e conosca realmente quali siano i termini delle soluzioni alternative e non è certo coerente in questo la sinistra europea che antepone i calcoli elettorali invece di esaminare con onestà le possibilità che si offrono ai popoli per l’uscita dall’euro. Su questa linea si è espresso l’ex economista del Banco di Spagna , Pedro Montes, quando ha richiesto alla sinistra europea  non soltanto di opporsi  ai tagli sociali ed alle misure di austerità ma  anche di sostenere in forma chiara  la rottura o l’abbandono dell’euro e la inevitabilità del debito impagato.
I paesi che si trovano all’interno della zona dell’euro sono stati privati della propria sovranità  monetaria  e fiscale, tutte le manovre economiche si limitano a ridurre i salari per migliorare la competitività e ridurre il deficit pubblico, cosa che porta alla scomparsa dei servizi pubblici più essenziali. In effetti in questo modo ci  troviamo con il paradosso di una politica diabolica che consiste nell’aggravare la crisi per superarla, secondo quanto spiegato da Montes. Le conseguenze, ha aggiunto, “sono l’aumento della disoccupazione, la caduta dei salari, la precarietà del lavoro, l’incremento delle imposte, famiglie sfrattate dalle proprie abitazioni e crescita delle disuguaglianze, miseria ed anche fame”.
Le conseguenze di queste misure sono ampiamente conosciute in Grecia ma sono state indicate anche da molti dei partecipanti circa i rispettivi paesi. Tutti i relatori hanno convenuto nell’indicare il trattato di Maastricht, quello dei principi originari dell’unione monetaria, e la ristrutturazione decisa dall’oligarchia capitalista come responsabile del dominio attuale dei mercati internazionali e del capitale finanziario a scapito della democrazia e dei diritti dei popoli.
Anche l’analista italiano Antonino Galloni ha spiegato che l’euro non è una vera moneta, visto che mai ha fornito un orientamento verso lo sviluppo di un equilibrio territoriale della UE ma piuttosto per servire la produzione e le esportazioni della Germania.” Questo mentre che nei paesi della periferia, “ i flussi di capitale di dirigevano verso la speculazione finanziaria, abbandonando gli investimenti produttivi ed arrivando ad ottenere un volume 50 volte maggiore di quello destinato all’economia reale”.
Il suo compatriota Francesco Ruggeri, membro del gruppo degli Economisti per i cittadini, è stato anche più critico con i paesi ricchi del nord nel definire la situazione attuale come “una guerra di classe in Europa, un conflitto tra dominanti e dominati che sta arrivando alla sua conclusione con una enorme perdita di capitale umano, sociale ed economico per i paesi del sud.” Su questa stessa linea si è pronunciato anche Dimitris Kazakis, economista e presidente del EPAM, nel dire che “ la crisi del debito è in realtà un regime di colonizzazione sui paesi del sud che sono stati privati della propria sovranità e dei diritti fondamentali, rendendo i cittadini schiavi delle istituzioni finanziarie internazionali tanto da trascinarli in una nuova Età Media”. Ha poi aggiunto che “non esiste alcun ambito sociale ed economico che non sia nettamente peggiorato per i greci, dai diritti del lavoro fino all’aumento della povertà, passando per l’emigrazione di massa dei giovani.”
Anche l’analista Alexander Kutsomitopulos ha denunciato la politica colonialista verso la Grecia, convertita “de facto” in un protettorato della UE (come la Bosnia-Herzegovina ed il Kosovo), dove un vice ministro tedesco, Hans-Joachim Fuchteled ed un gruppo di consulenti procedono a sanzionare e fare pressioni sul governo greco circa il processo di riforme che debba realizzare.
Persino il leader politico finlandese Antti Pesonen ha riconosciuto che “all’interno della UE non siamo Stati sovrani, gli organismi sovranazionali, le istituzioni finanziarie internazionali, si sono  trasformate in enti di dominio e di assoggettamento a beneficio di pochi, mentre che i popoli richiedono il controllo politico per abbandonare le politiche di disuguaglianza e procedere per la via della sostenibilità, della democrazia e della ridistribuzione della ricchezza in una prospettiva sociale”.
Questo tipo di cambiamento di paradigma, seguito nel decennio passato da vari paesi latinoamericani, è stato spiegato da Alberto Montero, presidente del Centro de Estudios Politicos y Sociales (CEPS). Vedere il video dell’intervento: “Rinnovare il patto sociale e rompere con il neoliberismo”.
Sono stati citati  i casi del Venezuela, della Bolivia e dell’Ecuador, Montero ha riportato le sue esperienze al continente europeo. Montero ha proposto una doppia rottura: dallo spazio della politica mediante “il rinnovo del patto sociale, il che significa la rifondazione dello Stato e la riscrittura delle costituzioni; dell’ordine economico”, mettendo fine al modello neo liberista visto che “all’interno del sistema dell’euro non vi è nessun processo di emancipazione sociale per i popoli europei”. Su questo punto ha sottolineato che “bisogna smettere di pensare all’uscita dall’euro come un problema ed iniziare a pensare che questa sia l’unica soluzione
Montero, il quale è stato consulente di diversi governi latinoamericani sulle questioni del debito,ha criticato che la costruzione del progetto europeo si sia realizzata intorno ad una moneta e non ai valori umani ed ha mostrato l’antitesi della UE nel modello di integrazione seguito dai paesi dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), dove, “conservando ciascun paese  la propria sovranità nazionale e, dietro le premesse di una complementarità economica e cooperazione, si lavora  per recuperare i diritti e le condizioni di benessere dei cittadini, al contrario di quello che accade in Europa”.
Al termine dell’incontro è stato presentato un comunicato finale nel quale, tra le altre questioni, si è proposta la possibilità di creare un organismo che coordini le iniziative sorte nei vari paesi che procedano verso il recupero della democrazia, della sovranità economica, politica degli Stati e della giustizia sociale.


Antonio Cuesta è corrispondente in Grecia dell’agenzia Prensa Latina.. Il Suo blog de noticias es: http://deatenas.tumblr.com/
 

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