mercoledì 30 ottobre 2013

- FASCISMO E ANTIFASCISMO PER UNA NUOVA COSTITUZIONE.

Premessa
Il regime fascista non fu un regime liberale. Non ci fu libertà di stampa, non ci fu libertà di associazione, non ci furono libere elezioni.

Eppure nessun governo dalla nascita dello stato italiano ad oggi ha mai goduto di un consenso così vasto come quello goduto dal governo Mussolini. Forse per la prima volta nella storia il popolo si sentiva partecipe della vita e del destino della Patria.

Poteva questo esser merito esclusivamente, come qualcuno ha tentato di affermare, del potente apparato propagandistico del regime o, addirittura, dal magnetismo che emanava dalla figura del Duce ? E’ difficile crederlo.

O era, più probabilmente, la percezione che le successive realizzazioni del regime in campo previdenziale e a tutela del lavoro, di organizzazione e assistenza dei giovani (dall’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, alle colonie marine e montane, alle organizzazioni giovanili, alle scuole), nel campo delle bonifiche, delle grandi opere pubbliche…..rientravano in un grande disegno, alimentato da una ideologia che tutti intravedevano e della quale tutti si sentivano partecipi ?

Eppure la storiografia antifascista ha tentato per anni di descrivere il Fascismo come un movimento privo di ideologia e basato unicamente sulla violenza e su un pragmatismo esasperato teso unicamente alla gestione del potere e alla sua conservazione.

E ciò malgrado che storici seri ed onesti abbiano nel tempo dato contributi inoppugnabili che mostravano la insostenibilità della tesi grossolana della vulgata antifascista.

Ultimo, importantissimo, contributo in questo senso è quello di cui da notizia Acta, pubblicazione della Fondazione Istituto Storico della R.S.I. nel n.3 , Anno XX del settembre-novembre 2006.

Si tratta dell’opera Mussolini’s intellectuals – Fascist social and political thought, del Prof. A. James Gregor, edito dalla Princeton University Press (Princeton, New Jersey, U.S.A.).

In essa, frutto di lunghi e approfonditi studi, col sostegno di una amplissima documentazione, si dimostra che il Fascismo, lungi dall’essere quel movimento privo di una vera ideologia preteso dall’antifascismo, “rappresentava la sintesi tra una visione organica del nazionalismo ed una revisione antimaterialistica del marxismo” . Il tutto sostenuto da una robusta ideologia che, malgrado i compromessi che il regime ha dovuto accettare nel corso del ventennio per conciliare, nell’interesse di tutti, tendenze e interessi diversi, ha continuato a svilupparsi coerentemente fino al Fascismo Repubblicano della R.S.I.

A conclusione della sua opera il Gregor “analizza quale sia stata nel dopoguerra e quale sia oggi l’incidenza della dottrina del Fascismo…..” Perché tale dottrina, anche se chiamata con altri nomi, non è scomparsa e, come affermato a commento del Progetto di Costituzione di Biggini sul sito internet da cui è stato scaricato il testo del Progetto (vedi Appendice 1), puo’ avere ancora qualcosa da dire agli uomini del nostro tempo.

Il presente lavoro, analizzando un documento rimasto ignorato per più di mezzo secolo, e che a nostro parere rappresenta il punto di arrivo di quella coerente ideologia fascista, avrebbe l’ambizione di contribuire a dimostrare non solo l’esistenza di tale ideologia, ma anche la coerenza del suo sviluppo fino alla sua compiuta formulazione.

Ma insomma; esiste il Male Assoluto?

Un saltino qua e uno la’… a caso, insomma
di Filippo Giannini.
 
Sì, ripeto e chiedo: insomma esiste il Male Assoluto? La mia risposta, per quanto a mia conoscenza, è affermativa. Esiste e come se esiste, solo che i paraculetti ci hanno indicato quello che tale non è!
Questo articolo mi è stato ispirato dopo aver letto che il signor Andrea Signorelli, ex presidente dell’Inps percepisce una pensione di circa 90 mila Euro al mese. E non è il solo; infatti di super pensionati – delle così dette pensioni d’oro – in Italia ce ne sono circa 100 mila che ci costano intorno ai 13 miliardi di Euro l’anno. Questo è almeno quanto mi risulta.
Allora, come dal titolo, facciamo un saltino qua e là… e iniziamo con quello che sembrerebbe una favola.
L’Onestà:
Sino a fine novembre 1943, Mussolini rifiutò ogni appannaggio non solo a titolo personale, ma anche per le spese della sua segreteria. Il Ministro Pellegrini-Giampietro (un fenomeno di Ministro di cui spero di trattare il profilo quanto prima) in una memoria pubblicata su Il Candido del 1958, ha scritto: <Nel novembre era stato preparato un decreto, da me controfirmato, con il quale si assegnava al capo della R.S.I., l’appannaggio mensile di 120mila lire. Il decreto, però, che doveva essere sottoposto alla firma del Capo dello Stato (a Benito Mussolini, nda), fu da lui violentemente respinto una prima volta. Alla presentazione, effettuata dal sottosegretario di Stato, Medaglia d’Oro Barracu, ne seguì una seconda del suo segretario particolare Dolfin. A me che, sollecitato da Dolfin e dall’economo, ripresentai per la terza volta il decreto, Mussolini disse: “Sentite Pellegrini, noi siamo in quattro: io, Rachele, Romano e Annamaria. Mille lire ciascuno sono sufficienti”. Dovetti insistere nel fargli notare che, a parte l’insufficienza della cifra indicata, in relazione al costo della vita, occorreva tener conto delle spese della casa e degli uffici. Dopo vive sollecitazioni finì per accettare, essendo egli anche Ministro degli Esteri, solo l’indennità mensile di 12.500 lire assegnata ad ogni ministro. Nel dicembre del 1944, però, mi inviò una lettera che pubblicò, rinunciando ad ogni e qualsiasi emolumento, ritenendo sufficienti alle sue necessità i diritti d’autore>. Infatti a guerra terminata la moglie del Male Assoluto, data l’indigenza in cui si trovavano lei ed i figli, chiese allo Stato italiano (quello nato dalla Resistenza) la pensione del marito, in quanto, bene o male, era stato capo del governo per più di vent’anni. Ebbene l’Inps si trovò in difficoltà nell’assegnare la pensione in quanto il marito aveva sempre rifiutato qualsiasi emolumento. Questo ricordo è dedicato ai vari Andrea Signorelli e ai centomila suoi Gemelli.
L’Efficienza; nel ricordo del tratto Salerno Reggio Calabria: nel 1937, XV E.F. in Libia, la Via Balbia (la strada nazionale costiera che ancora congiunge Amseat, sul confine con l’Egitto, alla frontiera con la Tunisia), fu costruita in 18 mesi. In Etiopia la Addis Abeba-Massaua, una strada di 1.600 chilometri, con i mezzi tecnici di allora, fu realizzata in 18 mesi. Vogliamo parlare dei miracoli compiuti in quel periodo? Come ad esempio la costruzione in Italia e nelle colonie di decine e decine di nuove città? In uno dei prossimi articoli ne parlerò; in ogni caso chi volesse approfondire subito può leggere il mio libro “Benito Mussolini nell’Italia dei miracoli” così potrà saggiare l’entità del “male che fece il Male Assoluto”.
Stando a quanto riportato nella trasmissione televisiva Quinta Colonna del 17 settembre 2013, sembra che la Presidentessa della Camera desideri (e, come si sa, i desideri di una Signora sono sacri) la sua macchina blue ed avrebbe puntato gli occhi su una BMW, il cui costo, sempre stando a quanto riportato nella suddetta trasmissione, sia di circa 70 mila Euro: mi pare di ricordare che al Male Assoluto la Lancia, in occasione dell’uscita del modello Lancia Ardea, gli avesse donato un modello; ma questi rifiutò il regalo. Solo dopo ripetute insistenze della fabbrica, l’auto fu accettata, ma solo dopo averla pagata. E la pagò con i soldi suoi.
Avete sentito quanti proprietari (padroni) di fabbriche chiudono in Italia, per trasferirsi all’estero? Colpa vostra signori lavoratori, o colpa dei vostri padri o nonni. Perché? Facciamo un altro saltino. Per chiarezza ricordiamo che la Socializzazione proposta dal Male Assoluto faceva sì che i lavoratori partecipassero alla vita dell’azienda e alla partecipazione degli utili. In altre parole i lavoratori divenivano compartecipi e comproprietari dell’azienda. Ciò premesso, molto brevemente perché tornerò quanto prima sull’argomento, vediamo quanto ha scritto Bruno Tomasich su “L’altra storia”: <Il Decreto che annunciava la socializzazione, vagheggiato da Bombacci (1), voluto da Mussolini ed elaborato da Tarchi e Sargenti fu reso pubblico il primo marzo 1944. L’annuncio mise subito in allarme il PCI che, com’era naturale nei suoi piani, aveva da tempo iniziato la sua penetrazione sindacale nelle fabbriche e, con il tacito assenso dei “padroni”, anch’essi spaventati per altro motivo (i comunisti si vedevano scavalcati a “sinistra”, nda), fece in modo che gli operai, pochi giorni dopo la pubblicazione, proclamassero lo sciopero generale in tutta la Repubblica. “Lo sciopero, che durò in alcune fabbriche anche quattro giorni, aveva un carttere nettamente politico, ma c’era anche, da parte dei dirigenti, la palese volontà di silurare in partenza la socializzazione, di cancellare subito dall’animo delle masse ogni eventuale effetto favorevole che l’indirizzo sociale della Repubblica potesse aver suscitato” (…)>.
Per ripagare il notevole contributo avuto dai grandi industriali, i comunisti che controllavano appieno il CLNAI, come primo atto ufficiale, addirittura il 25 aprile 1945, proprio mentre si continuava a sparare e mentre era iniziato “l’olocausto nero”, ripeto, come primo atto ufficiale ci fu l’abolizione della “Legge sulla Socializzazione”. E l’operazione fu condotta proprio dal padre di Enrico Berlinguer. Non lo sapevate? D’altra parte fu legittima difesa, in quanto i Berlinguer erano ricchissimi proprietari terrieri. La prova? Eccola con i nomi: i comitati di liberazione dell’antifascismo sono accusati di connivenza con la grande finanza e i grandi industriali da precise documentazioni, come riporta l’archivio di Riccardo Gualino (Cartella n° 20 – Partiti Resistenza 1944-1945), fra queste, di rilievo la lettera datata 26 ottobre 1944 del Reparto Fronte clandestino di Resistenza che ringrazia per il contributo di 3 milioni di lire. Altre 250.000 lire furono ricevute dalle brigate partigiane del Piemonte. C’è una lettera (13 luglio 1945) con la quale si ringrazia per il sostegno finanziario fornito ad Aldo Garosci in data 26 marzo 1945. I Gualino, come scrive Bruno Tomasich, <sono una potente famiglia piemontese del mondo della finanza e dell’industria con forti legami con gli Agnelli ed interessi nel mondo della chimica e della cinematografia>. E ancora, riporto sempre dall’interessantissima fonte: <Ecco cosa ci racconta il “Banchiere della Resistenza” Franco Giannantoni: “Fu grazie a Pizzoni se i finanziamenti iniziarono ad affluire copiosi, anche se non sempre sufficienti, alle varie formazioni partigiane. Ma Pizzoni riuscì a far sborsare ingenti somme anche da gruppi industriali italiani, come le acciaierie Falck, la Borletti, la Lepetit, per non citarne che alcuni (il flusso di denaro verso la resistenza era di 160 milioni al mese, milioni di allora) (…)>. Insomma, la lotta proletaria aveva a capo un super-banchiere: Alfredo Pizzoni. Insomma, caro lavoratore sei stato nfregato, ma non maledire tutti, d’altra parte per la sorte della guerra la Resistenza fu assolutamente ininfluente; si distinse solo per le stragi di uomini, donne e bambini (sì, tanti bambini colpevoli di essere figli di fascisti, o supposti tali), stragi avvenute, eroicamente, a guerra terminata.
Mi riprometto di tornare sull’argomento Socializzazione quanto prima. Chiudo citando le ultime parole del Male Assoluto: <Il mondo me scomparso, avrà bisogno ancora dell’idea che è stata e sarà la più audace, la più originale la più mediterranea ed europea delle idee. La Storia mi darà ragione>. Interpretando il pensiero del soggetto del presente articolo, termino esortando i lavoratori a non permettere che le fabbriche vengano chiuse e trasferite all’estero: occupatele e socializzatele.
1) Ricordiamo che Nicola Bombacci fu uno dei tre fondatori nel 1920 del Partito Comunista d’Italia. Bombacci dopo un periodo di vita nel Paradiso bolscevico rientrò inorridito in Italia e volle morire assassinato accanto a Mussolini, perché, come disse: sarà Mussolini a portare il socialismo in Italia.


“Personalmente Mussolini non trasse dal potere alcun illecito profitto. La famiglia Mussolini condusse sempre una vita relativamente modesta”.
Renzo De Felice, storico (1974).
 

CHI ERA MUSSOLINI?

COSA  E’  STATO  IL  FASCISMO?
 
<Il fascismo fu sugli inizi un impeto di reazione all’internazionalismo comunista che negava la libertà della Nazione (…). Noi non condividiamo il parere di coloro i quali intendono condannare ogni azione fascista sotto la generica condanna della violenza. Ci sono delle situazioni in cui la violenza, anche se assume l’apparenza di aggressione, è in realtà una violenza difensiva, cioè legittima>. (Alcide De Gasperi)
 
Antonio Gramsci al III Congresso dell’Internazionale Comunista a Mosca, svoltosi tra il 22 giugno e il 12 luglio 1921, aveva auspicato che anche in Italia si realizzasse una rivoluzione bolscevica <sull’esempio di quella russa>.
 
<Tutti gli scritti di Mussolini dedicati alla questione russa andrebbero oggi riletti. Ci si accorgerebbe che tutto quello che abbiamo saputo dopo, ben poco in realtà siamo venuti a conoscere di cui egli non si fosse già allora perfettamente reso conto. In questo senso si può dire che, dal 1923 Phillips (giornalista americano) cogliesse veramente nel segno, individuando una costante della dinamica mussoliniana. – vide a nudo il comunismo e ne fu atterrito>. (Gaetano Salvemini)
 
<La lotta di classe assume in qualche caso l’aspetto di guerra civile, prima ancora che lo squadrismo entri in scena: dall’aprile 1919 all’aprile 1920 si registrano 45 morti e 444 feriti durante gli scioperi e le manifestazioni di strada> (Max Gallo)
L’olio di ricino era una delle armi preferite dai fascisti; i casi recidivi venivano trattati col manganello e – come ultima risorsa – con le pallottole. (Richard O. Collin)
 
<Il fascismo ha avuto molti aderenti, dopo la fine della prima Guerra mondiale, fra noi ufficiali perché si viveva in un clima di puro terrore. Si subiva pestaggi, bastonature. Numerosi furono assassinati per il solo fatto di portare le stellette> (Ardito Desio)
 
<Anche se non si può provare un ordine diretto di uccisione (di Giacomo Matteotti), la responsabilità morale di Mussolini è piena, manifesta> (Antonio Spinosa)
 
<No, il duce non aveva alcun interesse a far uccidere mio padre, si sarebbe alienato per sempre la possibilità di un’alleanza con i suoi vecchi compagni, che non finì mai di rimpiangere> (Matteo Matteotti)
 
<Il primo equivoco su Mussolini fu di credere che fosse socialista (…). Lui crebbe nell’avversione ai padroni, all’ordine costituito, al sistema: e siccome gli pareva che questi “ideali” di rivolta fossero alla base del socialismo, si iscrisse al partito, nell’ala più estremista (…). Che sia stato crudele, contrariamente a quanto possono pensare coloro che lo confrontano con altri dittatori moderni, non vi è dubbio> (Silvio Bertoldi).
 
<Mussolini è il più grande uomo da me conosciuto e senz’altro fra i più profondamente buoni; al riguardo ho troppe prove per dimostrarlo> (Papa Pio XII).
 
Secondo quanto scrive Francesco Malgari questa era l’opinione di Luigi Sturzo, il padre della Democrazia Cristiana: <Sturzo non indaga sulle cause che determinarono le cause le scelte economiche del fascismo, non giudica neanche i risultati, nel bene o nel male. Vi individua soprattutto un processo degenerativo, i cui effetti venivano a nuocere sulla mentalità e sul costume degli italiani: il fascismo, teorizzando il ruolo della mano pubblica nella vita economica, alimentava il parassitismo e la corruzione, creava un’aria “greve e soffocante”>.
 
<Per vari aspetti Mussolini era affascinante. Per anni tutti gli stranieri di rilievo che vennero a Roma non avevano altro interesse che avvicinare l’uomo che, in condizioni estremamente difficili, dopo parecchi anni di anarchia e di caos era riuscito a rimettere ordine e ritmo all’intera vita dell’Italia moderna (…). Perché nel fondo l’animava un vero impulso di umanità. Sdegnoso di ogni ricchezza è sempre vissuto modestamente. Durante la vita conservò una viva simpatia per gli umili, per i contadini e per i lavoratori (…). Coloro i quali vogliono ad ogni costo raffigurarlo come un essere intrattabile, rude come il granito si ingannano completamente. Il potere non lo logorò per niente (…). Non possiamo enumerare i suoi atti di bontà (…). Il bilancio del Fascismo? Ha nome: strade,autostrade, ferrovie, canali di irrigazione, centrali elettriche, scuole, stadi, sports, aeroporti, porti, igiene sociale, ospedali, sanatori, bonifiche, industrie, commercio, espansione economica, lotta contro la malaria, battaglia del grano, Littoria, Sabaudia, Pontinia, Guidonia, Carta del Lavoro, collaborazione di classe, Corporazioni, Dopolavoro, Opera Maternità e Infanzia, Carta della Scuola, Enciclopedia, Accademia, Codici mussoliniani, Patti Lateranensi, Conciliazione, pacificazione della Libia, marina mercantile, marina da guerra, aeronautica, conquista dell’Abissinia. Tutto ciò che ha fatto il Fascismo è consegnato alla storia. Ma se c’è un nome che, in tutto questo dramma, resterà puro e immacolato, sarà quello di Mussolini> (Paul Gentizon, giornalista svizzero).
 
<Fascismo, male assoluto> (Gianfranco Fini).
 
<Il rapido progresso dell’Italia dopo la 2a guerra mondiale e il fatto che oggi è già in marcia verso uno sviluppo intensivo sarebbe impensabile senza i processi sociali iniziati durante il periodo fascista> (Mihaly Vajda).
 
<Mussolini faceva parte della macchina della soluzione finale> (Riccardo Pacifici>.
 
<Si giunse così al 1939, vale a dire allo scoppio della guerra e fu allora, all’insaputa di tutti, Mussolini diede inizio a quella grandissima manovra, tuttora sconosciuta o faziosamente negata anche da molti di coloro che invece ne sono perfettamente a conoscenza, tendente a salvare la vita di quegli ebrei che lo sviluppo degli avvenimenti bellici aveva portato sotto il controllo delle forze armate tedesche>. (Giorgio Pisanò).
 
 
 
 

“NAZIFASCISMO” o “NAZIONALSOCIALISMO E FASCISMO”?

di Filippo Giannini.



Non era ancora finita la guerra 1939-1945, che l’antifascismo coniò il termine “nazifascismo”. Il motivo è palese: si vogliono accorpare le responsabilità sulle infamie – reali, presunte o costruite che siano – del nazionalsocialismo con il fascismo.
Una cosa va chiarita prima di entrare nell’argomento: Mussolini sin dalla nascita del movimento hitleriano e fino agli ultimi giorni della sua vita, anche quando l’aiuto tedesco per la conduzione della guerra ormai compromessa, sino ad allora, ripeto, differenziò sempre l’ideologia della sua creatura, il Fascismo, da quella del Nazionalsocialismo.
   Agli osservatori superficiali o interessati, parrebbe evidente che l’uno (il Nazionalsocialismo) e l’altro (il Fascismo) avessero molte analogie, una fra tutte: avere gli stessi avversari e cioè il comunismo e il capitalismo. Tuttavia, sin dai primordi dei due Movimenti – certamente “totalitario” il primo, “autoritario” il secondo – erano evidenti precise differenze, così profonde che il confronto fra le due “dittature” può essere trasportato solo a livello di generica astrazione.
   Una delle massime mussoliniane era: <O lo Stato Fascista è uno Stato Corporativo, o non è uno Stato Fascista>. Il Corporativismo economico di tipo italiano fu ricusato da Hitler in quanto contemplava una certa autonomia per ben precise componenti istituzionali. Il Führer impose il controllo completo del Partito su ogni organo sociale ed economico dello Stato.
   Una delle più profonde divergenze fra le due ideologie è quella del “razzismo”, concezione sconosciuta ai fascisti italiani ed estranea agli italiani in generale. La qual cosa darà adito, proprio a partire dal 1938 (data della divulgazione in Italia delle “leggi razziali”) a contrasti sempre più stridenti fra i due Paesi “alleati”.
   Ogni rivoluzione prevede la nascita dell’”uomo nuovo”: quello nazionalsocialista sarebbe stato un prodotto biologico, quello fascista era orientato sulla tenacia, sulla tradizione ed i valori della “romanità” e sulla formazione culturale.
   Come sappiamo, il fascismo salì al potere come Movimento di minoranza che venne scelto dalla Monarchia come “male minore”, vista la situazione pre-rivoluzionaria esistente in Italia in quegli anni. Ecco, quindi, un’altra delle differenze fra il fascismo e il nazionalsocialismo. Quest’ultimo giunse al potere nel 1933 forte del consenso – democratico – del 40% dei tedeschi.
   Altra differenza sostanziale fra i due regimi è che quello italiano si sviluppa all’interno di uno Stato fortemente radicato nella Chiesa cattolica, intralcio che in quello tedesco era inesistente.
   Stessa situazione esisteva per l’istituto monarchico con il quale il fascismo dovette fare i conti. Ostacolo insussistente in Germania.
   Certamente le differenze più sostanziali fra i due regimi sono forse quelle che riguardano il rapporto fra Partito e Stato e l’assetto futuro del mondo. Nel fascismo si esaltavano le funzioni di popolo e comunità, ma l’uno e l’altro debbono operare nell’interno dello Stato. Nello Stato fascista il Partito stesso è subordinato allo Stato: <Tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, nulla contro lo Stato>. E’ fuor di dubbio che nel programma fascista c’è la volontà di creare uno “Stato totalitario”, ma “totalitario” nel senso fascista: “totalitario in quanto la totalità è nello Stato”.
   Così, se in Italia trovano forma i “Codici Rocco”, certamente autoritari e che ancor oggi, a livello giurisdizionale, sono validi, se vi era un Senato di nomina regia, se vi era un Parlamento che si svilupperà poi nella “Camera dei Fasci e delle Corporazioni”, per cui il lavoro parlamentare svolgeva le sue funzioni e il legislatore poteva manifestare la propria opera in modo organica, tutto questo nella teoria giuridica nazionalsocialista non esiste. Nella Germania nazionalsocialista il Partito controlla lo Stato, anzi e più propriamente, lo Stato è il Partito.
   Con maggior precisione il professor F. Muni, nella conferenza tenuta all’Istituto Storico di Terranova Bracciolini il 16 settembre 1998, ha precisato. <Il legislatore è la comunità, è il popolo, è il Führer, il “Capo” il quale agisce non perché delegato dal popolo, ma opera per volontà del popolo tedesco. Così prende vita quel che viene chiamato il “Führerprinzip”, il “principio del Capo”, il principio del Führer che sostanzialmente diventa legge. Il fascismo vuol creare, invece, un “Ordine Nuovo”, vuol far capire che la migliore soluzione possibile è “quella soluzione economica, quella teoria filosofica”. Il nazionalsocialismo esprime una volontà dogmatica, una volontà che non può andare oltre i canoni del nazionalsocialismo>.
   Nell’Italia fascista teorie del genere erano impensabili.
   Per concludere questo certamente incompleto esame delle diversità dottrinarie e di sostanza fra i due regimi, va evidenziato l’aspetto decisamente di base che differenziava le due “dittature”: la personalità e il senso del comune vivere civile dei due “dittatori”, così diversi che condizionerà la storia quando questa sarà libera di essere scritta senza gli agganci che le sono stati imposti.
 
   Chiudiamo ricordando il pensiero di Renzo De Felice, come riportato nell’”Intervista sul Fascismo”, pag.51: <Nei rapporti con le Grandi Potenze il fascismo si presenta come un regime pacifico, un regime che, quando Hitler va al potere, non sente le sirene del Führer, anzi gli si oppone (…). Leggendo i libri scritti da fascisti, guardando la pubblicistica fascista, i giornali fascisti, ciò che colpisce è l’ottimismo vitalistico che c’è dentro, un ottimismo vitalistico che è la gioia, la giovinezza, la vita. Una prospettiva che – sia pure nei termini che poteva avere un fascista – è progresso. Nel nazismo questo non c’è. Intanto non c’è l’idea di progresso: semmai c’è l’idea di tradizione, l’idea di razza (…). Un ottimismo esiste anche nel nazismo, ma non è vitalista come quello fascista, piuttosto un ottimismo tragico>.
   Insomma: tra fascismo italiano e nazionalsocialismo tedesco ci sono semmai più punti di divergenza che di somiglianza. Come ha osservato Michael Ledeen.
   Se si volessero trovare similitudini fra le tre grandi rivoluzioni del XX Secolo (Comunismo, Fascismo e Nazionalsocialismo), queste sono più evidenti fra il Comunismo e il Nazionalsocialismo che fra quest’ultimo e il Fascismo. 
 
 
 

Leggere senza pregiudizi la storia del ventennio fascista.

Mussolini ha subito un’atroce fine (…). Per vari aspetti Mussolini era affascinante. Per anni tutti gli stranieri di rilevo che vennero a Roma non avevano altro interesse che avvicinare l’uomo che, in condizioni estremamente difficili, dopo parecchi anni di anarchia e di caos, era riuscito a rimettere ordine e ritmo all’intera vita dell’Italia moderna (…). Certamente egli recava su di sé il segno della sua forza e della sua grandezza. L’uomo di Stato, il condottiero impediva di vedere il vero Mussolini. Perché nel fondo l’animava un vero impulso di umanità (…). Sdegnoso di ogni ricchezza è sempre vissuto modestamente (…). Durante la vita conservò una viva simpatia per gli umili, per i contadini e per i lavoratori. Non appena si trovava in mezzo agli operai parlava volentieri con loro. Noi l’abbiamo visto nelle Paludi Pontine intrattenersi faccia a faccia con un vecchio agricoltore, sulla spalla del quale egli posava familiarmente la mano.
Coloro i quali vogliono in ogni costo raffigurarlo come un essere intrattabile, rude, duro come il granito si ingannano completamente (…). Il potere non lo logorò per niente. Per tutta la vita egli conservò intatta la sua spontaneità emotiva.
Non si possono enumerare i suoi atti di bontà (…). Il bilancio del Fascismo? Ha nome: strade, autostrade, ferrovie, canali di irrigazione, centrali elettriche, scuole, stadi, sports, aeroporti, porti, igiene sociale, ospedali, sanatori, bonifiche, industrie, commercio, espansione economica, lotta contro la malaria, battaglia del grano, Littoria, Sabaudia, Pontinia, Guidonia, Carta del Lavoro, collaborazione di classe, Corporazioni, Dopolavoro, Opera Maternità e Infanzia, Carta della Scuola, Enciclopedia, Accademia, Codici mussoliniani, Patti Lateranensi, Conciliazione, pacificazione della Libia, marina mercantile, marina da guerra, aeronautica, conquista dell’Abissinia.
Tutto ciò che ha fatto il Fascismo è consegnato alla storia. Ma se c’è un nome che, in tutto questo dramma, resterà puro e immacolato, sarà quello di Mussolini (…).

L’ultimo fascista in città.

Si era messo all’ombra il sudicio. Proprio davanti alla facciata della chiesa, sul sagrato. Bello impettito, in posa, coi baffetti da attore e il fazzoletto rosso e il mitra a tracolla. Il suo  bel mitra americano. Ma gli ha detto male. L’ho messo nel mirino e ce l’ho lasciato, su quel sagrato.

Sono saltato sui tetti contigui, ho fatto quasi due isolati. Per fortuna sono vicini. Sono stanco morto. Non dormo da due giorni. Il fucile comincia a pesarmi. Mi fermo e mi accuccio nel lato interno di un cornicione. Dio come picchia il sole d’agosto. Madonna che sete.

Erano scesi in piazza ad accogliere una pattuglia di americani. Una piccola folla. Dicono che quando arriva il grosso delle truppe sfilano e regalano sigarette e cioccolata. E tutti che gli gettano fiori, che applaudono. Quelli che ieri li hanno bombardati. Gli italiani applaudono tutti. Una piccola folla dicevo, e una pattuglia alleata, e due col fazzoletto rosso e un carabiniere. Boni, anche quelli. Con due fucilate li ho rimandati tutti a casa. La cioccolata domani. Non ho ammazzato nessuno. Io non sparo sui civili. I banditi hanno cominciato a strepitare, a ordinare di di chiudere tutte le finestre e le persiane, poi di aprire le persiane e chiudere i vetri, poi di spalancare tutte le finestre e non affacciarsi. Ma io mi ero già dato.

Ho visto i volantini che abbiamo lasciato. Non avevo fatto in tempo a leggerli. C’era scritto:
“ Noi ritorneremo! Fra breve tempo, noi sferreremo l’offensiva, e sarà in quel momento che gli italiani fedeli alla Patria saranno compensati, sarà in quel momento che i traditori avranno la risposta che meritano. Noi non dimenticheremo nessuno di loro. Osservateli e ricordatevi dei loro nomi e del loro tradimento. Dio punirà i traditori e ricompenserà i fedeli ed i costanti.”
Che risate. Non c’è più nessuno invece. Tutti morti, tutti presi. Altri ancora hanno mollato.
Sono l’ultimo fascista in città.

Doveva arrivare un battaglione di paracadutisti tedeschi. Li hanno bloccati. Hanno le armi anticarro. I rivoluzionari con le armi anticarro pensavo. Americane. Mi veniva da ridere. Ma tant’è, li hanno fermati. Cosi ha detto la radio. Poi hanno ammazzato il radio-telefonista. I volantini del CLN invece dicono che ora i patrioti sono loro e i banditi siamo noi. Il mondo si è rovesciato.

Chissà dove sei Mirella. Ti troverai un tanghero col fazzoletto rosso e di me nemmeno parlerai più. Mi terrai nascosto come si fa con i segreti. Meglio cosi bella mia. Meglio cosi che rapata e in catene. Adiòs, si diceva in Spagna.

C’è un abbaino su tetto, scivolo dentro, qualche santo sarà.  La stanza è vuota. Anche il soggiorno accanto è vuoto. Nell’altra camera invece c’è un partigiano morto. Con un buco in fronte. E una mitragliatrice attaccata alla finestra. Che fortuna, penso. Nel fucile mi rimaneva una palla sola. Mi metto i vestiti del morto. Mi sfilo gli stivali, ho le piaghe sotto i piedi. Mi metto le scarpe del morto. La sua pistola tedesca e la fascia del CLN me li infilo in tasca. Torneranno buoni. Mi sfilo la camicia nera stracciata e macchiata di sangue. Sono in ritardo rispetto  al resto del paese. Ma io faccio per finta.

Mi guardo allo specchio. Ho la barba lunga, gli occhi scavati. I capelli sporchi. Mi siedo sul letto. Non mi sdraio, se no crollo. Nel soggiorno trovo dell’acqua. Bevo, avidamente. Torno in camera e accarezzo la mitragliatrice. È una Breda Modello 37, calibro 8 mm, fino a 460 colpi al minuto, più di un chilometro di gittata. Una scia di rossi spagnoli, di inglesi, di americani e di russi sulla coscienza. Con questa si può fare una bella festa. Due caricatori pieni. Chi si rivede, le sussurro. Mi apposto alla finestra. Aspetto.

Appena hanno sfondato il fronte e si è saputo che i tedeschi non passavano qualcuno ha deciso di arrendersi. Roba da pazzi. Se arrivano prima quelli degli inglesi sei fottuto. Fottuto per fottuto non mi arrendo. Tanto sono morto lo stesso. Sono un franco tiratore dicono. Mica  male come nome.

La finestra da su una piazza interna. È deserta. Arriva una coppia di inglesi. No, sono americani. Un caporale e un soldato. Metto il caporale nel mirino, lo fulmino. Il soldato si guarda intorno smarrito. Corre via urlando nel vicolo. Arriva sgommando una jeep. Ma non li accolgo col fucile. Una tempesta di piombo e di fiamme gli piove addosso dalla mia finestra. Canta mitraglia la rumba fulminante/chè legionari siam di Mussolini. Quando ho finito il primo caricatore non si distingue la jeep dagli occupanti. Il secondo lo lascio li. Ho deciso che tolgo il disturbo. Stanno arrivando i rinforzi. Peccato non poter portar via la Breda. Vorrei baciarla, ma ancora brucia.

Mentre esco dal retro mi fermo ad ascoltare. Stanno sparando come pazzi con le mitragliatrici. Ma contro una finestra vuota. Vado, prima che circondino l’edificio.


“Questo comando dispone: contro i franchi tiratori che sparano dalle finestre è perfettamente inutile rispondere con azioni di fucileria e di mitra dalle strade. Se non è possibile assaltare l’abitato e penetrarvi dentro per eliminare il nucleo nemico, conviene desistere dall’azione mantenendo la vigilanza sull’abitato stesso.”
Ordine del comando del CLN di Firenze, Agosto 1944

Potrei provare a raggiungere il mare, corrompere qualcuno, imbarcarmi per la Spagna. Da li potrei scrivere ai parenti in Argentina. Mi piacerebbe vedere Buenos Aires. Quasi non me lo ricordo com’è una città non bombardata. Ma è più probabile che finisca con una scarica di piombo in corpo e un cartello al collo con su scritto leone di Mussolini. Steso sul selciato. Parecchio più probabile.

Faccio come facevano loro nelle città. Li prendo alle spalle. Sparo e sparisco. Mi mimetizzo. E loro mi cercano. Ora sono io il terrorista. Il mondo si è rovesciato.

Sbuco da un angolo, infilo in un vicolo. Mi confondo tra la folla. Ho il fazzoletto rosso al collo. Entro in un osteria piena di fazzoletti rossi. Qualcuno mi saluta col pugno chiuso. Mi avvicino al bancone. Vino, compagno, dico all’oste. La gente intorno a me parla dei fascisti figli di cagna che sparano dai tetti. Bevo il mio vino.

Mi siedo a un tavolaccio di legno, il bicchiere di rosso è diventato un quartino, non ho altro in corpo, un senso di torpore si unisce alla stanchezza. Mi accascio sul tavolaccio, ma solo per un attimo. Mi faccio riempire di grappa la mia fiaschetta dell’Armata Rossa. Sei stato in sul Don, mi fa uno, che mi aveva già notato. Mica vero. Mi sono fatto la Spagna l’Albania la Grecia il Nord Africa. La Russia me la sono scampata. Ora i russi sono alle porte. I russi di qui. È un ricordo gli dico. Il ricordo di uno che ho steso. Ma questo me lo tengo per me. Esco

Il tipo mi segue a distanza. Da solo. Povero bischero. L’hai fatta la tua. Faccio finta di nulla. Svicolo, infilo in un portone. Aspetto. Lo sento correre. Spunta da dietro l’angolo col mitra spianato. Esco dal portone, sparo. Tre volte. Il tipo è a terra, morto. Mi avvicino. Lo riconosco. C’era il suo ritratto in caserma. È un tipo famoso, un commissario politico. Gli prendo il mitra, uno Sten inglese. Riprendo il portone, salgo su per le scale.

Sfondo la porta più in alto. C’è una donna dentro la stanza, con un bimbo piccolo in collo. Hai ammazzato un partigiano mi dice. Ti ho visto. Sparisci, va via, rispondo. Poi mi affaccio alla sua sua finestra. Non so se da quassù lo Sten ha tiro utile, guardo in basso. Ma stavolta il gioco non riesce. Mentre finisco di girarmi, sulla destra, davanti a me, c’è una finestra più alta. Alla finestra c’è un fucile Garand americano. Mi hanno scoperto. Il Garand fa fuoco.

La fucilata mi ha sfondato la spalla e sbattuto contro il muro. Sono coperto di sangue. Ci siamo. Doveva succedere. Li sento arrivare su dalle scale. Con la sinistra armo il cane della pistola. Si affacciano. Sparo. Li manco. Li sento sbraitare. Una bomba tiragli. Non ce l’hai una bomba? Macché bomba e bomba. È ferito. Arrenditi mi grida. Mi arrendo rispondo. Si affacciano. Sparo.  Sparo ancora. La pistola fa clic.

Entrano e mi riempiono di calci. Hanno gli scarponi militari. Me le danno anche coi calci dei fucili. Cerco di coprirmi la faccia. Non voglio morire con la faccia rotta. Aspetta aspetta dice uno dei due. Se no muore qui. Portiamolo giù, mettiamolo al muro. Mi tirano su bruschi,mi fa un male cane. Sento il sangue in bocca. Forse mi è andata bene. Forse non mi torturano.

Vuoi fumare un ultima sigaretta mi dice un fazzoletto rosso. No preferisco finire la mia fiaschetta di grappa dico. Di fumare ho smesso in Spagna. In Spagna, dice. Mi avevano preso i rossi e  ho fatto voto alla madonna che se mi salvavo smettevo di fumare dico. Stavolta t’ha detto male dice. Stavolta non c’è madonne. Prova a far voto dismettere di bere dice. Sorrido. No, no, dico. Fucilatemi.

Mi hanno chiesto nome e grado, mi hanno chiesto se volevo un processo da un tribunale del popolo. Gli ho detto di sbrigarsi, ma che si processano i soldati? Il mondo si è rovesciato. Mi hanno chiesto se volevo un basco delle Brigate Nere. Si, certo,  non voglio essere fucilato in abiti civili. Mi hanno legato al palo. Ho pensato a qualcosa da gridare come ultime parole, ma mi sono venute in mente solo oscenità. La benda non l’ho voluta. Cerco di guardarli negli occhi ma vedo solo il riverbero del sole sulle canne dei fucili. La piazza è in penombra. Trattengo il respiro. Sparano.

LaDisperata .

La più famosa tra le squadre d'azione fasciste fu la "Disperata" di Firenze costituitasi ufficialmente nel giugno del 1921, ma molti non sanno che numerose altre citta', piccole o grandi, ebbero una formazione con lo stesso nome. La diffusione geografica di questa formazione paramilitare raggiunse tutta la Penisola. L'origine della sua storia risale all'impresa di Fiume, nel settembre del 1919, quando un gruppo di reduci della prima guerra mondiale, in prevalenza "arditi", occuparono la citta' di Fiume e, sotto la guida di Gabriele D'Annunzio, fondarono la Reggenza Italiana del Carnaro. Uno dei primissimi gruppi fu una compagnia di legionari che il Vate battezzo' "La Disperata". Il carisma dei capi posti al comando di questo reparto e l'eroismo dei legionari, fecero si che "La Disperata" diventasse molto famosa tra gli irredenti e soprattutto tra i fascisti che avrebbero chiamato in questo modo alcune delle formazioni squadriste future.

Circolo B. Mussolini

IL TRADIMENTO PERPETRATO DA UNA CLASSE DIRIGENTE NEI CONFRONTI DI UN IDEALE E DEI CITTADINI CHE HANNO DATO LORO FIDUCIA PER FAR SI CHE QUELL'IDEALE FOSSE PERPETUATO, DIFESO, VALORIZZATO, TROVA IN ALESSANDRA MUSSOLINI LA SUA MASSIMA ESPRESSIONE! AVVINGHIATA ALLA POLTRONA CHE IL SISTEMA GLI HA GENTILMENTE CONCESSO PER ABBINDOLARE UN PO' DI INGENUI...LEI CHE CON IL COGNOME CHE PORTA DOVREBBE E POTREBBE ESSERE RIFERIMENTO POLITICO DI MILIONI DI ITALIANI, OGGI E' SOLO UNA COMPARSA DI SECONDO LIVELLO NEL TEATRINO DELLA POLITICA....DELL'IMMENSITA' POLITICA, MORALE, UMANA ESPRESSA DAL SUO ANTENATO IN LEI NON NE E' RIMASTA OMBRA...PURTROPPO!



martedì 29 ottobre 2013

L’Europa vira a destra?

Roberto Fiore
© Screenshot: YouTube
Da Mosca “La Voce della Russia”!
Verso destra? Questa è la rotta dell’Europa?
L’ascesa dei partiti di destra in Europa è indubbia. Per citare solo un esempio, il Front National di Marine Le Pen, che secondo i più recenti sondaggi sarebbe il primo partito alle elezioni europee 2014 e il primo partito di Francia con un 24% delle preferenze. Stanchi e delusi dalle utopie europeiste i cittadini dell’UE guardano a destra per una possibile via di fuga dai flussi migratori e dalla crisi finanziaria. I partiti di destra vengono spesso connotati con un’etichetta di estremismo. Al di là della semantica, la destra in molti Paesi europei gode di un successo sempre maggiore.
Roberto Fiore, leader del partito “Forza Nuova” ha rilasciato gentilmente un’intervista in esclusiva a “La Voce della Russia”, nella quale abbiamo cercato di gettare un po’ di luce sulla linea politica dei partiti di destra in Europa e i loro punti di contatto. Ai nostri microfoni Roberto Fiore:
Corrispondente: Come commenterebbe la situazione politica della destra in Italia e in Europa?
Fiore: Direi che in Europa e in Italia c’è l’attesa per la rinascita di un forte fenomeno patriottico e sociale. Il problema dell’immigrazione, la mancanza della sovranità economica e la mancanza di valori al centro dell’Europa sono i fattori più importanti, che porteranno sicuramente a una forte crescita dei partiti e dei movimenti di ispirazione nazionalpopolare o di destra.
Corrispondente: A proposito di valori … Quali sono gli obiettivi e i valori principali del Suo partito?
Fiore: Direi che si possono dividere in due punti fondamentali. I valori etici e spirituali sono legati al trinomio Dio, patria e famiglia. Poi è importantissimo il discorso della sovranità nazionale e economica. Oggi in Italia non c’è più una sovranità economica, noi stiamo vendendo i più grandi asset. La classe media è stata sostanzialmente distrutta e c’è una forte volontà da parte del popolo di ricostruirsi una ricchezza, una libertà e una sovranità che gli sono stati tolti dall’Europa e dai partiti servi dell’Europa.
Corrispondente: Quali sono i tratti in comune tra il Suo partito e gli altri partiti europei di destra?
Fiore: I tratti che ci accomunano sono sicuramente il discorso legato all’identità nazionale, quindi alla lotta contro l’immigrazione. È importante il fatto che per noi il lavoro debba essere sempre al di sopra del capitale, e non un suo strumento. Questo significa che per noi i pensionati, i giovani o coloro che comprano una casa, sono dei fattori sociali fondamentali. Secondo noi è molto meno importante quello che fanno le banche e i loro profitti. Anzi, a nostro parere le banche devono essere nazionalizzate.
Ci accomuna quindi una lotta contro le banche, contro l’immigrazione. Ci accomunano delle posizioni fortemente favorevoli all’identità europea cristiana. Un altro fatto molto importante è l’idea che ci si debba sganciare dagli Stati Uniti e si debba finalmente intraprendere un discorso in comune con la Russia.
Corrispondente: Potrebbe parlarci, a proposito, del suo prossimo viaggio a Mosca e del ruolo della Russia per il vostro partito?
Fiore: Il 27 novembre terremo con l’europarlamentare britannico Nick Griffin una conferenza stampa a Mosca, nella quale spiegheremo che l’Europa è vittima di un attentato contro le libertà politiche del popolo europeo. Si pensi alle leggi contro l’omofobia, oppure alle leggi contro l’identità nazionale. Sono dei tentativi in tutti i Paesi di distruggere quella che è l’identità cristiana e nazionale dei nostri popoli.
Pertanto noi ci rivolgiamo alla Russia, che sta andando in senso contrario. In Russia è stata fatta un’ottima legge contro la propaganda omosessuale rivolta ai giovani. C’è un rafforzamento della visione patriottica e anche sociale molto importante. Noi crediamo che ci debba essere una forte attenzione alle categorie più disagiate e non si debba sempre e comunque favorire le banche, anche come si è visto in Italia con l’ultima legge sulla stabilità.
Il nostro a Mosca sarà un lancio di un grido d’aiuto in un certo senso, perché la Russia ascolti le voci libere dei popoli europei, che temono una lotta contro il pensiero e le opinioni. Questi popoli si rivolgono alla Russia come paladino della difesa dei popoli, già l’abbiamo visto con la Siria poche settimane fa. Adesso vorremmo che lo sguardo della Russia si rivolgesse a quello che sta succedendo nell’Europa Occidentale.
Corrispondente: Nella politica migratoria, che occupa un posto molto importante nel vostro programma, qual è la vostra posizione sulla polemica attorno alla legge Bossi-Fini?
Fiore: Noi siamo per il restringimento della “Bossi-Fini”. Questa è una legge sbagliata, perché ad esempio, quando si espelle una persona le si consegna un pezzo di carta e non la si espelle veramente. Quest’individuo sta 30-40 giorni in attesa di un ricorso e poi rimane lì. Abbiamo una serie di omicidi avvenuti recentemente, quello a Milano di Kabobo e quello a Castagneto Carducci, dove delle persone hanno ucciso e stuprato dopo essere state espulse. Questo è il frutto della legge “Bossi-Fini”. Per noi questa legge va ristretta: quando c’è un’espulsione deve essere effettuata immediatamente. Noi riteniamo l’immigrazione un fattore sostanzialmente negativo e pensiamo che i problemi dell’Africa debbano essere risolti anche e soprattutto da noi europei in Africa. Noi dobbiamo tornare a proteggere questi Paesi dalla guerra, dall’AIDS, dalle carestie e dai grandi drammi. D’altronde ci sono focolai di guerra in tutta l’Africa e noi riteniamo che l’Europa debba intervenire in quel senso, se no ci troveremo 50 milioni di africani che busseranno alle porte dell’Europa.
Avete ascoltato l’intervista gentilmente rilasciata da Roberto Fiore, leader del partito Forza Nuova sulla situazione politica della destra in Europa.
Cari amici, rivolgiamo a voi la domanda che ha aperto l’articolo: è davvero la destra la rotta dell’Europa?

I 98 miliardi di euro delle slot machine di cui è vietato parlare.

La storia è talmente gigantesca e trascurata che molti, ancora oggi, si chiedono se sia vera e non si tratti, piuttosto, dell’ennesima bufala del web. La storia dei 98 miliardi di euro che i concessionari delle slot machine devono al nostro Stato è verissima. E non dovete crederci perché ve lo diciamo noi, che siamo un piccolo, seppur agguerrito, sito di informazione. Basta che andiate sul motore di ricerca Google e digitiate alcune parole, ad esempio: “evasione, fiscale, 98, miliardi, euro, videopoker”. Troverete un sacco di pagine dedicate all’argomento. E non si tratta di sconosciuti siti che teorizzano assurdi complotti, ma di siti in cui normalmente andate, a parte alcuni che invece hanno interesse a censurare.
Fatta questa premessa, entriamo nella vicenda. Le dieci concessionarie del gioco d’azzardo devono allo Stato 98 miliardi di euro. Cifra mostruosa: l’equivalente di una decina di manovre finanziarie, per intenderci.
Come spiega Il Secolo XIX, prima del 2002 i videopoker erano considerati illegali ed erano quasi completamente in mano alla criminalità organizzata, che faceva guadagni sensazionali.
Poi lo Stato decise di regolare il settore. Con una prescrizione categorica: ogni singola macchinetta doveva essere collegata al sistema telematico di controllo della Sogei. Perché neanche una giocata sfuggisse al controllo e soprattutto alle tasse, il Preu. Così non è avvenuto, per anni. Il sistema ha fatto cilecca. Gli apparecchi, “interrogati” a distanza dal cervellone del ministero, non davano nessuna risposta (Il Secolo XIX).
Ma come fu possibile arrivare a multare le concessionarie del gioco d’azzardo? Grazie soprattutto alle indagini dell’ex Colonnello della Guardia di Finanza Umberto Rapetto (nella foto). Il lavoro dell’esperto di crimini informatici era durato anni e aveva accertato l’esistenza e la consistenza del danno al nostro Stato. In un Paese normale, Rapetto avrebbe fatto carriera, magari sarebbe diventato anche ministro. Invece gli è successo l’esatto contrario, visto che lo scorso maggio si è dimesso. Dimissioni si fa per dire, visto che il colonnello ha fatto intendere di essere stato costretto a farsi da parte proprio per le sue clamorose indagini sulle slot machine, ma non solo. Durante la sua brillante carriera, infatti, Rapetto si è più volte scontrato coi poteri marci del belpaese.
Il lavoro dell’ex colonnello non può andare perduto. L’Italia deve ancora riscuotere questi 98 miliardi. L’unico a parlare dell’argomento, in campagna elettorale, è stato Beppe Grillo. Il Pd faccia un passo avanti e dia battaglia sulla questione. Con questi soldi, si potrebbe realmente salvare l’Italia. Se si vuole.
 

Intervista a Roberto Fiore, leader nazionale di Forza Nuova.

Intervista a Roberto Fiore, leader nazionale di Forza Nuova, che sabato ha fatto tappa a Reggio Emilia per inaugurare una nuova stagione politica di destra nel territorio. “FN non è fascista. La sinistra italiana? Non fa più cose di sinistra. Sulla guerra in Siria solo Forza Nuova ha manifestato”. 
              
Forza Nuova si organizza anche a Reggio Emilia. Il leader nazionale Roberto Fiore sta svolgendo un tour politico nazionale fermandosi in diverse città italiane per inaugurare le nuove stagioni politiche del partito da lui fondato.
Semi gettati che faranno germogliare l'avanzata di una certa destra anche in Italia com'è accaduto in diversi paesi europei?
Sabato Roberto Fiore ha tenuto una conferenza in città (clicca qui), mentre a pochi metri le forze antifasciste reggiane, nel silenzio assordante delle istituzioni locali, manifestavano per dir “no ai fascisti nel territorio della Resistenza e dei Fratelli Cervi” (clicca qui per vedere le immagini nella pagina Facebook di Reggio Nel Web).
Reggio Nel Web ha intervistato Roberto Fiore per conoscere da vicino idee e obiettivi del leader e del partito di Forza Nuova.
Fiore, che effetto le fa venire nella terra culla del comunismo e dell'antifascismo?
Veramente non riesco più a riconoscerla come la terra dell'antifascismo e del comunismo, perchè il problema non si pone. Ci sono i frutti dell'antifascismo e del comunismo che oggi rappresentano un grosso problema di immigrazione che forse è figlio di quella mentalità e di quella impostazione. Ma oggi i tempi sono cambiati.

Le forze antifasciste reggiane hanno però organizzato un presidio a pochi metri dalla vostra conferenza per dire no alla presenza di Forza Nuova a Reggio Emilia.
Il problema della politica italiana non è Roberto Fiore o Forza Nuova, ma il fatto che la sinistra che ha sempre svolto un ruolo importante -e lo dico pur essendo da sempre anticomunista- ha smesso di portarlo avanti. Ad esempio sul tema della guerra i comunisti si facevano sentire e manifestavano, oggi non più. Se guardiamo a come si è comportata la sinistra sulla guerra in Siria non possiamo non evidenziare che sono stati tutti zitti, mentre il sottoscritto insieme ad altri dirigenti di Forza Nuova siamo andati in Siria. Questo solo per fare un esempio. Il problema quindi è la sinistra italiana che non è più sinistra.

Lei sta svolgendo un tour politico per le città italiane. Crede che oggi in Italia ci sia spazio per la destra di Forza Nuova?
Sicuramente sì.

Perchè?
Perchè tre-quattro punti altamente sentiti dagli italiani -come le nostre battaglie contro leggi liberticide quale è quella sull'omofobia, oppure lo ius soli, oppure il fatto che la nostra economia non debba essere totalmente in mano alla banche e alle forze straniere- sono battaglie politiche di Forza Nuova. Se ci sono italiani che condividono fermamente questi punti devono per forza rientrare o sostenere Forza Nuova.

Fino ad oggi chi intercettava il consenso che intendete conquistare voi?
In parte la Lega Nord e in parte il Movimento5Stelle. Poi alla fine la Lega si è dimostrata più ladrona di Roma, per quanto riguarda il M5S, la prima proposta di legge che hanno fatto è stata quella sul matrimonio gay, mentre quando si è trattato di restituire i soldi delle paghe li hanno dati al fondo che paga il debito alle banche. Gli italiani si stanno rendendo conto che lì c'è una grande presa in giro, ma non c'è rivoluzione. La vera rivoluzione la porta Forza Nuova.

Chi è Roberto Fiore?
Un militante politico che dall'età di 14 anni si batte coerentemente per delle idee che sono le stesse dagli anni '70 in poi. Ho avuto la fortuna di conoscere altre culture e di essere operativo anche in altre culture, da ultimo la Russia; pensi che proprio ieri mi ha intervistato l'analoga RAI 1 russa. Le nostre idee oggi sono trionfanti in diverse parti della terra. In Italia c'è un sistema politico corrente che fa di tutto per bloccarle.
Cosa pensa del fascismo?
Penso che sia stato un grande episodio della storia d'Italia, che ebbe grandi intuizioni e che fece grandi opere.

Lei si definisce fascista?
Oggi sarebbe errato definirsi “fascisti”, anche perchè molti temi che oggi affrontiamo non esistevano durante il fascismo, pensi solo all'immigrazione, o alla lotta all'aborto, alla politica monetaria... tutti temi sui quali non possiamo dire quali sarebbe stata la risposta del fascismo.
Forza Nuova su questi temi ha delle risposte molto chiare. Definire Forza Nuova “fascista” è un errore. Anche se non la riterrei una diffamazione.

Avete rapporti con i partiti di destra di altri paesi europei?
Assolutamente sì. Siamo in rapporti stretti con il British National Party in Inghilterra -con il leader sono amico da quando avevamo 20 anni e abbiamo fatto politica insieme per 15 anni-, con Jobbik (Ungheria), con il NPD (Germania) e con tutti i più importanti partiti nazional-popolari in Europa.

Nel vostro statuto vi ispirate ai principi cristiani. Non pensa che c'è contraddizioni fra la carità cristiana e ciò che sostenete per quanto riguarda l'immigrazione e lo ius soli?
Veramente c'è un errore di base. L'atto più importante di carità è che uno possa vivere nel posto dov'è nato in modo dignitoso. E oggi questo è impossibile per gli africani, perchè gli europei non fanno il loro dovere, ovvero quello di proteggere le nazioni africane. Un tempo c'erano i “protettorati”, cioè gli europei si prendevano sotto la loro protezione nazioni come la Somalia e l'Etiopia -non sto parlando della colonie, ma del periodo post coloniale-.
Invece oggi gli europei sono stati capaci di lasciare gli africani in mano alle multinazionali e alle forze più aberranti del pianeta. Poi ci lamentiamo perchè 50 milioni di africani bussano alle nostre porte. Il problema dell'immigrazione non si risolve se non si risolvono i problemi africani. Solo in quest'ultimo modo daremo dignità e serenità a questa gente.

Cosa risponde a chi vi accusa di essere contro gli omosessuali?
Se oggi penso alle cose di cui ha bisogno l'Italia per uscire dalla crisi che non è solo crisi economica, fra queste di sicuro non ci sarebbe l'omosessualità. L'omosessualità porta verso la decadenza, verso la mancanza di figli, verso dei modelli culturali che sono sostanzialmente -uso un termine antitetico al termine “gay”- tristi e portano la società verso l'autodistruzione. Attenzione, perchè fra poco sostenere questa opinione sarà un reato.

Quale futuro per il nostro Paese?
Per il nostro Paese nulla. Perchè non dobbiamo chiamarlo “Paese”. L'Italia è la nostra nazione e il nostro popolo. Non è a caso la mia risposta. Il paese è un luogo dove la gente si raccoglie, un luogo quasi anonimo dove possono esserci persone provenienti da diverse nazioni. Invece l'Italia e il popolo sono cose ben identificate. Ecco, noi vogliamo salvare il popolo dell'Italia e salvare l'Italia, questi sono i due dogmi di Forza Nuova.
Se lei nota, in tutti i discorsi dei politici non si parla più di Italia, né di popolo, né di nazione, ma sempre di “Paese”. Allora, se noi stabiliamo principi importanti su cosa vogliamo fare e chi vogliamo salvare e identifichiamo l'Italia e gli italiani, abbiamo fatto metà del lavoro. Poi dovremo capire se gli italiani devono controllare la propria economia, cosa che non avviene più e che i giapponesi fanno benissimo. Quindi, copiamo gli esempi di nazioni e di popoli che stanno andando bene, rigettiamoci la cultura del '68 che arriva fino all'omofobia e che è decrepita e morente, e ricostruiamo l'Italia tradizionale.
 
- Marina Bortolani

 
 

Vigili del Fuoco: “Il governo ci ha lasciati senza assicurazione sanitaria”!

Il sindacato Usb dei vigili del fuoco denuncia: “Il ministero dell’interno non è in grado di salvaguardare i lavoratori del corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, caso unico in Europa”. Intanto si susseguono gli incidenti – anche mortali – tra i pompieri.

Vigili del Fuoco
privi di assicurazione sanitaria? A quanto pare sì, stando all’ultima denuncia pubblicata sul sito dell’Usb dedicato alla categoria dei Vigili del Fuoco. I pompieri hanno pubblicato ieri un post intitolato “VVFF senza assicurazione sanitaria: un ministero dell’interno a tutela e garanzia dei cittadini non è in grado di salvaguardare i lavoratori del corpo nazionale dei Vigili del Fuoco. Unico caso in Europa”. Poi il sindacato di base spiega: “E dire che siamo una categoria a rischio, ma di questo al governo non importa nulla, l’importante è uscire ogni tanto con qualche proclama di quanto “LORO” sono attenti alle problematiche dell’emergenza e del corpo nazionale VV.F. Vorremmo chiedergli di non interessarsi troppo a questo governo attraverso il sottosegretario con delega ai vigili del fuoco visto che ogni settimana lo vediamo gironzolare per i comandi provinciali VV.F. a portare in giro la sua parabola inconcludente e vacua di contenuti”.
Più avanti arriva la denuncia: “A ciò aggiungiamo che non solo il ministero dell’interno non si cura nel suo complesso dell’assistenza del personale VV.F.; ma che dopo non essere stati in grado come ONA di garantire una assistenza sanitaria diretta al personale, malgrado per anni abbiamo regalato soldi alle assicurazioni private invece di gestire noi direttamente i fondi; ricordiamo che in passato si pagava con cifre esorbitanti un servizio reso non adeguato alle nostre esigenze, condizione superabile con la gestione diretta dei fondi dal consiglio d’amministrazione al lavoratore che ne richiedeva l’assistenza. Oggi ci troviamo pure con la mancata reintegrazione dell’assicurazione, che sta creando non pochi problemi, a coloro che ogni giorno hanno necessità di essere sottoposti a cure sanitarie; questione portata anche al cospetto del governo. E nell’immediato ordinario, quando un lavoratore a rischio, come lo è un vigile del fuoco, si trova ad essere vittima di un incidente mentre presta la sua opera a salvaguardia della pubblica incolumità”.Il grido di allarme del sindacato Usb arriva il giorno stesso della morte di Maurizio Berardinucci, vigile del fuoco 47enne del comando provinciale di Pescara coinvolto, il 25 luglio scorso, nell’esplosione di una fabbrica di fuochi d’artificio a Città Sant’Angelo. Nell’incidente era rimasta coinvolta l’intera squadra di soccorso dei vigili giunta sul posto. Nonostante gli interventi e le terapie mediche a cui è stato sottoposto Berardinucci in questi mesi, prima nell’ospedale Spirito Santo di Pescara, poi nel Policlinico Gemelli di Roma, le condizioni cliniche, rimaste sempre gravi, sono peggiorate negli ultimi giorni, fino al decesso. L’uomo lascia moglie e tre figli. Un altro grave incidente si è invece verificato a Genova pochi giorni fa quando un vigile del fuoco, che stava sistemando un cartellone pericolante, è precipitato dalla scala a causa delle forti raffiche di vento facendo un volo di diversi metri. Il pompiere, soccorso da alcuni compagni, è stato trasportato all’Ospedale san Martino in codice rosso. L’uomo non sarebbe in pericolo di vita.
 

Il capitano Ultimo: “state in guardia da una certa antimafia!”

Sergio De Caprio, il mitico ufficiale dei carabinieri che 20 anni fa arrestò Totò Riina, è certo: la tesi che lo Stato abbia trattato con Cosa nostra «è una pagliacciata»

di Giorgio Mulè
Intervistare Sergio De Caprio non è facile per me. Ero un ragazzino quando ci conoscemmo, anzi quando io lo conobbi, perché lui neanche sapeva chi fossi. Era il 1987, eravamo a Bagheria in provincia di Palermo. Io, diciannovenne, ero un «biondino», cioè un cronista in erba al Giornale di Sicilia. Sergio De Caprio aveva due stellette sulle spalline della divisa, che già all’epoca indossava assai di rado. Era un tenente e comandava la compagnia del paese, un avamposto di Cosa nostra. I carabinieri, i «suoi» carabinieri, avevano catturato un latitante e io andai a Bagheria per sentire le notizie dell’arresto. Seppi solo più avanti che De Caprio era arrivato al latitante stando ossessivamente alle calcagna di un sorvegliato speciale: per la Festa della mamma, il compare del mafioso aveva acquistato più cannoli di ricotta del solito. Non so perché, ma da questo particolare il tenente intuì che si sarebbe incontrato con il latitante. Aveva ragione.

Ci ritrovammo 6 anni dopo, a Palermo, la mattina del 15 gennaio 1993 alla caserma Bonsignore. L’uomo che avevo davanti non si chiamava più Sergio De Caprio. Era il capitano Ultimo, l’ufficiale dei carabinieri che quella mattina aveva arrestato Totò Riina. Era già all’epoca una leggenda per i suoi uomini e per l’Arma, lo divenne anche per gli italiani grazie pure alle fiction con Raoul Bova nei suoi panni. Ma a Palermo, in quella procura capace d’infangare gli eroi, alcuni pubblici ministeri lo trattarono di lì a poco come un amico dei mafiosi. E così hanno fatto (e continuano a fare) con alcuni suoi colleghi e perfino con il suo capo e maestro, l’ex colonnello Mario Mori, tornato di prepotenza al centro delle cronache il 15 ottobre scorso a causa delle motivazioni della sentenza con cui in luglio era stato assolto a Palermo dall’accusa di avere favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. In quelle motivazioni i giudici demoliscono i pregiudizi della procura, scrivono che Mori è del tutto innocente, ma anche che l’ipotesi della trattativa fra Stato e Cosa nostra non sta in piedi.

Siamo diventati amici io e Ultimo. Oggi lui è colonnello, io dirigo un settimanale. Ci incontriamo nella riserva che ha creato a Roma, un’oasi di altruismo e beneficenza. Per tutta la durata dell’intervista tiene un’enorme aquila reale sul braccio, l’ultima arrivata. Sono passati vent’anni dall’arresto di Riina, oggi Ultimo ha 52 anni.

Vent’anni dopo, la lotta alla mafia, e quindi l’azione dell’antimafia, ha fatto passi avanti? O sono state perse delle occasioni?
Ti ricordi Bagheria? Quando ho iniziato io, combattere Cosa nostra era una cosa bella ed entusiasmante. Era una lotta fatta da gente semplice che si voleva bene, che amava la giustizia. Gente lontana dal potere, dallo spettacolo, dalle invidie… C’era un clima sano e per questo si lavorava bene.

Stai parlando della Sicilia degli anni Ottanta.
Io vado in trincea, cioè sulla strada, nel 1987. Il clima di cui parlavo era quello costruito soprattutto da Giovanni Falcone. Era lui che in solitudine e tra mille ostacoli portava avanti questa bella battaglia di civiltà, di amicizia, di dignità, di giustizia. Poi le cose sono andate male, perché hanno iniziato a odiare lui.

L’antimafia dei veleni.
Lo odiavano tanti suoi colleghi e lo hanno distrutto come uomo e come magistrato. Lo hanno sovraesposto. Lo hanno indicato come bersaglio alla mafia. E Totò Riina ha saputo colpire. In questo senso, si possono considerare i mandanti morali della strage di Capaci.

Accusa indimostrabile.
Non lo dico io, lo dicono i fatti. È la storia.

Ma Falcone era un bersaglio e un nemico giurato di Cosa nostra…
Certo, ma quelle persone l’hanno obbligato ad andare via da Palermo, lo hanno delegittimato, lo hanno lasciato solo e Riina ha colpito. Da quel momento in poi il clima è diventato diverso.

Che cosa è cambiato?
È saltato tutto, l’antimafia non è stata più una lotta di popolo ma di fazioni, è stata e viene ancora oggi usata per costruire carriere politiche, per assumere potere all’interno delle diverse strutture che si occupano di mafia.

Descrivi l’antimafia come un treno sul quale saltare per interessi personali?
L’antimafia è diventata spettacolo, un gran bel business per alcuni. Ci sono giornalisti che hanno fatto carriera all’interno del proprio giornale, gente che ci ha fatto proprio i soldi, altri ci fanno perfino teatro: una vergogna, mangiano sulla memoria di chi è morto.

Proviamo a fare degli esempi. Accennavi al teatro e non è un mistero che Marco Travaglio da tempo fa uno spettacolo, si chiama «È stato la mafia». In questo modo pensi che venga calpestata la memoria di Falcone, spettacolarizzando le vicende avvenute dopo la sua morte?
È antipatico parlare di Travaglio e non citare tantissimi altri. Io parlo di fatti e non di persone. Mi riferisco a quelli che invece di fare lotta alla mafia fanno business, spettacolo, politica. Sono come capi delle tifoserie, mentre invece dovrebbe esserci un fronte unico che si chiama Stato. Secondo me ci sono persone che hanno rotto questo fronte per interessi personali e questo è un reato morale gravissimo. Pensa alla felicità di Riina a sentire chi delegittima lo Stato, chi insinua il dubbio fino a sporcare i massimi livelli istituzionali, fino alla presidenza della Repubblica. Te la faccio io una domanda: questo è o non è oggettivamente un favore alla mafia?

Certamente sì, soprattutto per l’uso distorto che è stato fatto di notizie come quelle che riguardavano la presidenza della Repubblica.
Questa non è antimafia, è qualcos’altro. Non è necessario fare nomi.

Direi che è superfluo, basta guardarsi intorno.
Appunto. I giovani vedono tutti questi soloni che parlano, che scrivono che la mafia è tutto e dovunque, e sono confusi. Ecco, questi cattivi maestri devono stare lontani dalla lotta alla mafia, non devono dividere il fronte antimafia come hanno fatto e continuano a fare. Ai ragazzi dobbiamo dire: «Attenti a questi cattivi maestri», tutto qua. La lotta alla mafia deve essere una materia che unisce, non che divide.

Che cosa dice oggi Sergio De Caprio di Ultimo? Come lo vede dopo tutti questi anni e dopo tutto quello che gli è successo?
Ultimo mi sembra sempre un bravo ragazzo che cammina sul filo senza rete sotto come fanno i funamboli. Ha ancora voglia di parlare di libertà, di dignità, di umiltà, di povertà… Non vuole diventare né generale né conduttore televisivo, né capo di un partito: non vuole essere niente, vuole sparire e lasciare il suo posto a ragazzi semplici che ragionino con la loro testa, che non si facciano plagiare dai cattivi maestri, che non diventino schiavi dell’ambizione e della superbia, che abbiano la voglia di ribellarsi ai pagliacci e alle regole quando diventano oppressione della povera gente. Direi che Ultimo mi sta ancora simpatico.

Proviamo a semplificare: Ultimo è stato un folle o ha solo svolto correttamente il suo lavoro?
Ultimo è stato un ribelle, pur non volendo essere un ribelle. È stato un ribelle contro se stesso prima di tutto e poi contro l’ipocrisia e contro l’ingiustizia. Lo conosci: è una persona che parla con te come parla con i poveri. Non vuole dimostrare niente, tranne il fatto che esiste una cultura militare colma di valori che vanno al di là del contratto e delle logiche del lavoro. Sono valori che consentono a noi soldati di dividere le cose che abbiamo in parti uguali, che ci danno il coraggio di affrontare il pericolo e la morte con gioia, sentendoci una cosa sola col popolo di cui siamo figli.

Il capo di Ultimo, l’ex colonnello Mario Mori, è stato ed è ancora accusato di essere un complice della mafia. Che effetto ti fa, ancora oggi dopo vent’anni, vedere Mori additato come un traditore dello Stato?
Se non ci fosse da piangere, direi che mi viene da ridere. È uno di quei fatti che distorcono la realtà e su cui molte persone hanno impostato le proprie carriere. Dobbiamo dare solidarietà al mio comandante e semplicemente ricordarci che, per noi soldati straccioni, rimane un esempio di coraggio e di semplicità, un esempio raro e prezioso di capacità tecniche nella lotta alla mafia. Dobbiamo contrapporre a tante menzogne la verità. Bisogna spiegare alla gente che la lotta alla mafia non la fanno Giovanni Brusca e i collaboratori di giustizia, e neppure i figli dei mafiosi. La lotta alla mafia la fanno le persone oneste, i carabinieri, i poliziotti che ogni giorno stanno sulla strada e che collaborano con dei bravi magistrati. Niente a che vedere con le star delle televisioni e con gli adulatori delle folle, ma autentici servitori dello Stato.

I giudici nelle pagine di motivazione della sentenza che ha assolto Mori hanno sbriciolato l’impianto accusatorio della Procura di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia…
Ho già detto che questa della trattativa è una pagliacciata.

La Corte d’assise di Palermo sentirà il capo dello Stato come teste sui colloqui tra Nicola Mancino e Loris D’Ambrosio, morto d’infarto nel 2012, dopo una campagna denigratoria e infamante. Il pm Antonio Di Matteo ha ribadito in aula: «Se lo Stato vuole essere credibile, deve saper processare se stesso». Lo Stato sta processando se stesso o si mina la sua credibilità?
Io e i miei carabinieri saremo sempre a fianco del presidente della Repubblica. Onore e massimo rispetto per il dottor D’Ambrosio, per la sua storia e per quello che ha fatto a favore della giustizia e del popolo italiano.

Tornando a Mori: è un perseguitato della giustizia?
La giustizia la fanno le persone. E mi sembra che parecchie persone da diversi anni facciano carriera agitando il suo nome e usando la loro funzione pubblica per fare politica, scrivere libri, partecipare a convegni, organizzare spettacoli: tutto ciò è gravissimo e non è persecuzione, ma eversione.

In che senso?
Nel senso di distorsione della funzione pubblica e della verità. È giusto e doveroso ricercare la verità e le prove, diverso è screditare le istituzioni e le persone.

Quando finirà questa persecuzione?
Non finirà mai, perché purtroppo molti su queste trame hanno costruito la loro fortuna e i propri patrimoni economici. Poi cosa si rischia ad attaccare un carabiniere? Niente! Questa potrebbe essere una tecnica della mafia, un modo nuovo di infiltrarsi nelle istituzioni per distruggere la verità. Una cosa squallida.

Ma davvero un gruppo di poche persone, perché alla fine parliamo di poche persone, sono state in grado di condizionare così pesantemente un Paese al punto di far crocifiggere i suoi eroi?
Venti persone hanno creato il mito delle Brigate rosse e hanno messo in ginocchio l’Italia. Riina con pochi mafiosi ignoranti ha messo in ginocchio il Paese. Non c’è da meravigliarsi. Il problema è che quattro o cinque persone abili e scaltre, andando continuamente in televisione, scrivendo sui giornali, sfornando libri, hanno trasformato insinuazioni e dubbi in false verità. E su queste hanno costruito un grande business. Dobbiamo ribellarci a queste manipolazioni delle menti e delle coscienze. Le persone devono aprire gli occhi.

Dopo la cattura di Riina e le disavventure giudiziarie sei passato a occuparti di reati ambientali, che costituiscono uno dei business più redditizi della mafia. Se il fronte antimafia non si fosse frantumato, e se ci fosse stata maggiore unità, si sarebbero potuti avere risultati diversi anche nella caccia ai grandi latitanti?
Ti dico semplicemente che io ho imparato a parlare di quello che faccio. Io svolgo un’azione che mi è stata insegnata da grandissimi maestri. Ricordo ancora il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che rimane un esempio di vita e di tecnica, il generale Mori, il giudice Falcone; ma ho imparato molto anche da magistrati come Ilda Boccassini e tanti altri di cui non faccio il nome ma che porto sempre nel cuore. Queste persone rappresentano un patrimonio dello Stato e del popolo italiano e devono essere messe in condizioni di portare avanti in maniera omogenea, seria e serena la lotta antimafia e non di lottare per la sopravvivenza.

Eppure tu da una parte di chi rappresenta questo Stato sei ritenuto non una risorsa ma un ostacolo. Che senso ha?
Non mi interessa, perché non dipende da me. Io sono a disposizione del mio Paese. Io amo la Sicilia, amo il popolo siciliano, amo la lotta alla mafia e odio la mafia in tutte le sue forme.

Se fossi stato all’estero, magari se fossi stato in America, come sarebbe andata la tua storia?
Credo che in America sarei finito in una riserva indiana accanto ai miei fratelli apache. E comunque preferisco l’Italia all’America.

Torniamo allora da noi: come vivono questa situazione i «tuoi» carabinieri?
Noi nel nostro cuore apparteniamo all’Esercito italiano perché siamo soldati. Vogliamo andare fuori dalle logiche del lavoro, noi non siamo lavoratori, siamo combattenti e vogliamo avere il privilegio di amare e servire il nostro popolo senza limiti, per questo promuoviamo il volontariato militare sulla strada, accanto ai poveri.

Che cosa vuol dire concretamente «volontariato militare»?
Fare i volontari a favore della gente povera. Servire a tavola insieme ai detenuti, tenere per mano i non vedenti e i nostri fratelli diversamente abili. Vogliamo sognare un mondo migliore e lo facciamo stando sulla strada.

Ma il colonnello De Caprio ha mai detto a Ultimo: «Vabbè, basta, ritiriamoci con le aquile perché non ne vale più la pena»?
Ultimo ha sempre vissuto con le aquile, con gli animali, con i poveri, con gli ultimi. Quindi sta bene dove sta. È Ultimo che guarda il colonnello e gli dice: «Vieni con me».

E Ultimo ora che fa?
Insieme ai volontari porta avanti una casa famiglia con otto minori, che ospita sei detenuti minorenni che lavorano ogni giorno insieme a persone disagiate e con loro ha ritrovato i valori della stazione dei carabinieri.

Sembri un chierico di Papa Francesco, non un carabiniere.
Io sono un carabiniere. Padre Francesco è un’altra cosa.

Papa Francesco, non padre Francesco.
Per come lo vedo io, il suo nome è padre Francesco e sono certo che gli piacerebbe essere chiamato così. E siccome l’ho chiamato padre, ogni altra parola su di lui sarebbe sprecata e fuori luogo.

Passiamo all’autocritica. Guardati indietro. Puoi dire: «Guarda, forse ho sbagliato, ho sbagliato in quel momento, quello che ho fatto forse si prestava a essere giudicato come un errore»?
I miei errori li devono giudicare gli altri, perché ovviamente quando tu fai una cosa la fai perché credi sia giusta.

Era legittimo processarti per il covo di Riina?
La questione non è se fosse legittimo o meno. Io questo non lo so. Quello che posso dire è che, poiché sono stato assolto, evidentemente le ipotesi dei pubblici ministeri erano sbagliate. Certamente io ho sofferto molto per questo e, altrettanto certamente, di questo spettacolo pietoso si sono divertiti Riina, Provenzano e i loro amici. È la realtà.

Dal tuo punto di vista è stato regalato tempo prezioso a Cosa nostra creando questo processo contro Ultimo e contro il prefetto Mori per il covo di Riina?
Letta la sentenza di assoluzione, il tempo perso per il processo ha favorito l’associazione Cosa nostra.

Dopo oltre vent’anni non sappiamo ancora la verità sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. Tu ci credi all’entità esterna che ha compartecipato alle stragi?
Io credo che dietro Riina ci sia stato Riina, e parlo di quello che risulta a me che ho lavorato sempre sulla strada. Ritengo che minimizzare il ruolo di Cosa nostra nelle stragi sia un’azione criminale e sia di interesse strategico da parte di Riina e dei corleonesi. Credo che delegittimare lo Stato e i suoi servitori sia un’azione ugualmente criminale e sia sempre un interesse strategico di Riina e dei corleonesi. Se dietro Riina c’è qualcuno, ovviamente dev’essere individuato e condannato. Però posso dirti che dietro di me e i miei carabinieri, quando lo abbiamo arrestato, c’era solo la purezza dei sentimenti di giovani carabinieri. C’era solo il profumo dolce e amaro della terra di Sicilia. C’era solo la rabbia di un popolo che ha cercato e trovato giustizia.