giovedì 17 luglio 2014

L’eroe cancellato dalla memoria




Quando Teti, la madre di Achille, chiese al figlio che cosa desiderasse più d’ogni altra cosa per il suo futuro, il Pelide, anziché scegliere di vivere con la moglie fino alla morte come tutti gli altri, chiese di partire per la celebre guerra di Troia, da subito la madre gli annunciò che, se avesse combattuto la guerra di Troia, sarebbe stato ricordato in eterno come un eroe. Ma non tutti gli eroi sono ricordati come eroi. Anche Ettore Muti, italiano, classe 1902 fu un eroe, ma non viene ricordato allo stesso modo, eppure, ci sono molti dubbi se Achille sia esistito veramente, comunque siano andate le cose, lo si ricorda come il migliore guerriero cha abbia mai avuto la Grecia.
“Gim dagli occhi verdi” come fu chiamato da “Il Vate”, non morì in battaglia, come meriterebbe qualunque eroe, ma fu vilmente assassinato da un sicario di Stato, ammanettato, con due colpi alla nuca e nell’oscurità della notte.
Questo dimostra come la fama si ricava non solo con le gesta, che sono certamente necessarie, ma anche nel modo in cui si muore, Arrigo Petacco nel libro “L’uomo della Provvidenza” scrisse che: “se Mussolini non avesse fatto la fine di un delinquente comune, molto probabilmente, ora non sarebbe stato ricordato come lo si ricorda”. Ettore Muti, è questo il nome del soldato Italiano più decorato “di sempre”, eppure, potrà sembrare strano, ma nessuno si ricorda di lui. Invece, forse, non c’è nulla di strano; non lo si rammenta perché è stato fascista, si forse è proprio così, si ignora, e si “deve ignorare” che quest’uomo ha servito l’Italia più di ogni altro italiano per cielo e per terra. Chi sa, o ha saputo di lui, quasi certamente gli è stato descritto come un “lurido fascista”, così direbbero quelli che del fascismo sanno solo quello che i vincitori hanno voluto far sapere. Strana storia quella del Fascismo italiano, si ricorda a macchie di leopardo, senza continuità storica  di tutti gli accadimenti sociali che hanno caratterizzato quel periodo. Quest’uomo, pluridecorato sino all’inverosimile, è stato l’esempio di molti ragazzi, che come lui amavano credere nella Patria e nei suoi valori. Ha partecipato ad ogni conflitto che si ricordasse nei primi quarantatre anni del ventesimo secolo su tutti i fronti, ma, non come un soldato qualunque… ma, bensì come VOLONTARIO. Sottolineando che c’è una differenza incolmabile tra chi fa la guerra perché la sente un dovere patriottico e chi la fa perché è obbligato, in quanto, disertare, sarebbe stato un reato punito con la fucilazione. Già quattordicenne, scappò di casa con documenti fasulli per arruolarsi come volontario negli “Arditi”, durante la Prima Guerra Mondiale, il fisico glielo permise, guardandolo sembrava un ventenne, atletico, spalle larghe, alto, portamento fiero ed uno sguardo profondo e tenebroso, tutte le caratteristiche di un ardito modello. In effetti, differentemente da tutti gli altri soldati, in lui si accomunavano tante caratteristiche: impavido, sprezzante del pericolo con uno spiccato gusto nell’assaporare la battaglia, intelligente ed abile con tutte le armi, e, se necessario, anche a mani nude, insomma, un guerriero d’eccellenza. Subito conquistò la prima onorificenza, una medaglia d’argento, che non poté accettare altrimenti avrebbero scoperto che non aveva l’età per partecipare alla guerra in quanto minorenne. lo scoprirono ugualmente. Lui confessò che anche se lui non combatteva per le onorificenze, la prima fu la più sudata. La mia domanda: è dove sono finiti tali italioti? si sono forse estinti? Sono morti tutti in battaglia? O, cos’altro? Come si fa a mettere all’ombra di pregiudizi ideologici, a prescindere da quale parte stanno, un uomo così fatto! In altre nazioni, eroi veri come Muti, non ce né sono mai stati, ed in mancanza, se li sono inventati.  Una nazione campionessa nel creare eroi (ad Hollywood) sono gli Stati Uniti d’America. Partendo da certi delinquenti comuni che sono passati alla storia nel periodo del Farwest sino ad arrivare ai giorni nostri con John Rambo. Ma anche i cugini francesi non sono di meno, si sono dovuti inventare un personaggio “super” per superare un vuoto di eroi nazionali, con Asterix hanno voluto riscattare la loro “sottomissione storica” all’Impero Romano. Poi, seguendo certe ultime mode ideologiche, ci sono quelli che hanno il debole per Ernesto Che Guevara e così via… La domanda è spontanea: perché chi, di eroi, non né  ha mai avuti, sente la necessità di inventarseli e chi li ha avuti li occulta? che differenza passa tra un fantastico Rambo che non è mai esistito e un vero Rambo esistito dal nome Ettore Muti, perché ammirare un falso quando noi in Italia abbiamo avuto l’originale. Attenzione, l’eroe Italiano, che credetemi, vale dieci eroi di altri paesi, non è stato premiato soltanto dal suo paese, ma ha avuto alte onorificenze sia tedesche che spagnole. È stato unico. Chiamarlo soldato valoroso è nulla! oltre ad essere stato chiamato dal Re il più “bel petto d’Italia” fu definito il camerata perfetto. Era l’esempio di uomo: leale, onesto, intelligente, impavido, coraggioso, determinato, nonché, un amante rapace, insomma, era l’ideale di maschio: il maschio latino. In fin dei conti che avesse coraggio da vendere, non ci può essere ombra di dubbio, ma, col senno del poi, vista la fortuna di rimanere in vita dopo innumerevoli atti di guerra che gli hanno procurato cosi tante decorazioni, sicuramente, emerge che utilizzava il cervello con scarso spirito di autoconservazione. Certo che sentir parlare di un uomo del genere ci fa pensare anche ad una morte degna di un eroe, invece si rimane delusi. La sua morte, avvolta ancor oggi nel mistero, uno dei tanti che avvolgono l’Italia, fu un volgare, vergognoso quanto codardo assassinio di Stato. Un colpo di pistola alla nuca, sparato da un sicario mandato dal Gen. Badoglio (ragion di Stato…?) Una sepoltura degna soltanto di un eroe postumo gli fu riservata per la sua onestà e generosità verso l’Italia. La sua tumulazione è stata identica ad altri come lui: Gioacchino Murat, Mozart … La fossa comune… ecco come si riesce a cancellare anche la memoria. Solo in seguito per volere di Mussolini la salma fu trasferita a Ravenna città natale. Onorato dai massimi esponenti della Repubblica Sociale Italiana, il feretro fu preceduto da Alessandro Pavolini che portò il cuscino con tutte le medaglie con cui fu onorato Ettore Muti.





Fonte art.   http://giovannipastore.com/

 

PROFUGHI: «SIGARETTE E TELEFONO GRATIS, ABERRANTE»



Treviso per i servizi che devono essere garantiti ai migranti. Tra cui sigarette e ricariche telefoniche gratuite.

 

Quando i comunisti italiani insultavano gli esuli istriani

Il treno procedeva lento. Partimmo da Fiume, destinazione: la Toscana. Dovevamo attraversare l’Italia che noi immaginavamo generosa e ospitale. Sulle carrozze da carro bestiame che ci portavano laggiù, c’erano per lo più vecchi, donne e bambini come me, stipati come sardine. Eravamo infreddoliti, affamati, i più piccoli piangevano perché man-cava il latte. «Va bene» pensai «prima o poi ci fermeremo». La prima sosta, per scendere a sgranchirci le gambe e mangiare qualcosa, fu a Bologna. Finalmente la stazione.

Il treno rallentò piano piano fino a fermarsi. Ad accoglierci trovammo tanta gente, con le bandiere rosse. Le stesse di Tito. Non capivo. Allora mi girai verso la mamma e le chiesi: «Mamma, ma il treno si è sbagliato? Siamo tornati a Fiume?». No. Erano gli operai e i ferrovieri comunisti che improvvisavano uno sciopero per impedire al convoglio di fermarsi nella loro città. «Fascisti, viaaa!» gridavano. «Siete tutti criminali fascisti!» La nostra patria era affamata, diffidente. Diversi erano convinti che chi fuggiva dall’Istria «rossa», dal paradiso del comunismo, fosse un criminale. Alle dame di carità, arrivate in stazione per darci latte e coperte, fu impedito di avvicinarsi. Nemmeno il latte ai bambini. Le porte del treno rimasero chiuse. Non so neanche quante ore passarono, il viaggio mi parve infinito. Alla fine io, la mia famiglia e qualche centinaio di «pericolosi nazionalisti» arrivammo al campo profughi di Laterina, vicino ad Arezzo. Attraversammo un grande cancello verde, sorvegliato da carabinieri armati di mitra e circondato da filo spinato. Non ci aspettavamo una casa, ma nemmeno un campo di concentramento! In quei ventidue baracconi abbiamo vissuto per quasi dieci anni. Balle di paglia come materassi, un bagno in comune per venti persone. Con le coperte appese ai fili di ferro, ogni famiglia cercò di creare la propria «casa», innalzando dei piccoli divisori tra una «stanza» e l’altra. Così, giusto per avere un minimo di intimità. Anche se poi si sentiva tutto: chi parlava, chi litigava, chi rimproverava i figli, chi la notte cercava di fare l’amore. Magari uno starnutiva e dal fondo della baracca un altro rispondeva: «Salute!». E poi l’odore. A ripensarci, me lo porto dietro da una vita intera. Forte, acre e dolce, uno strano miscuglio del cibo della mensa, della naftalina del mio vestito, l’unico che avevo, e di quello ancora più forte, imbarazzante, dei miei capelli. Che non potevano essere lavati.
Ci siamo vergognati a lungo e abbiamo continuato a portare la vergogna dentro. Ancora oggi mi sento quell’odore addosso, e non se ne vuole andare: è l’odore del campo profughi. Mi ricordo il freddo del 1956, il gelo dentro le baracche senza riscaldamento, e quella notte che per caso sentii mio padre raccontare a voce bassa che vicino a Trieste, nel campo profughi di Padriciano, Marinella era morta di freddo. E questo nome, Marinella, io non lo posso più scordare. Aveva un anno, Marinella. A sedici gradi sottozero, con la neve che entrava da porte e finestre, non aveva resistito. Purtroppo non fu la sola. Per i nostri vecchi era dura: morivano di malinconia. Mio nonno, per esempio, nel momento stesso in cui arrivammo al campo profughi smise di parlare. Mai più ho sentito una sola parola uscire dalla sua bocca. Tutti i giorni lo vedevo camminare avanti e indietro per i lunghissimi corridoi dei cameroni, poi di botto si fermava davanti a una finestra, fissava un punto nell’infinito, per ore e ore. Si asciugava le lacrime col dorso delle mani. Così come i nostri vicini, che a Fiume possedevano un bel palazzo signorile e ora si ritrovavano pezzenti. Persone come mio suocero, che in Istria aveva dei pescherecci e ora faceva il facchino. Per noi piccoli invece era diverso. C’era la scuola, un campo dove giocare a pallone. Sembrava di vivere in campeggio.
I nostri genitori, quanti sacrifici hanno fatto per tirare avanti! Si sono adattati a qualsiasi lavoro pur di non farci mancare l’indispensabile. Andavano persino a spalare la neve. L’inverno pregavano Iddio che nevicasse perché per spalare gli davano duemila lire a notte, e con duemila lire si sopravviveva. Molti si sono rimboccati le maniche, sono stati capaci di inserirsi. Altri invece si sono lasciati andare, privi della forza di ricominciare. Tanti padri si uccisero con l’alcol, alcune donne si tolsero la vita per il dolore dello sradicamento: come Giovanna, esule da Buie d’Istria, ritrovata impiccata a un ulivo perché le mancava troppo la sua terra. Anche loro, in qualche modo, morti di esodo. Vittime, queste, mai considerate. Per la gente del luogo eravamo «gli slavi», «gli zingari», «i banditi giuliani». Ci chiamavano così. Col tempo hanno imparato a conoscerci, abbiamo dato pure noi il nostro contributo alla società, e siamo stati apprezzati. Fu un esodo, il nostro, che nessuno portò mai nelle piazze. Ma noi esuli non abbiamo mai protestato.
Ci vergognavamo, ci sentivamo quasi in colpa per il disturbo: «Scusate, se ci hanno strappato la nostra terra». Ma nessuno riuscì a strapparci la nostra dignità. A Fiume ci sono tornato per la prima volta a sessant’anni. Ho trovato una città molto diversa da quella che avevo lasciato cinquant’anni prima. Eppure, riconoscevo ogni sasso. Sono arrivato fin sotto casa di mia nonna senza sbagliare strada neanche una volta. Casa mia. Nella «città vecia». Un portone in stile veneziano del Settecento, le scale ancora in legno. Le stesse che ho fatto milioni di volte, su e giù. Mentre ero li, immobile, dalla porta uscì una donna: «Sta oces ti?» mi chiese. «Che vuoi?» Il mio primo istinto fu di risponderle male, invece me ne scappai via. Come un ladro.


Fonte http://www.qelsi.it
Art di Eugenio Cipolla.
[brano tratto dal libro “Magazzino 18” di Simone Criticchi]



 

mercoledì 16 luglio 2014

Massimo Morsello "Otto di Settembre" DDT RSI.


 

 

L’omicidio di Giovanni Gentile



Era il 15 Aprile del 1944, quando il più grande filosofo italiano, Giovanni Gentile fu assassinato per mano di un crudele gruppo di Gap. Dopo un’accurata indagine sugli orari di Gentile, i gappisti lo attesero verso le 13,30 davanti il cancello di Villa Montalto, dimora della famiglia del filosofo, all’arrivo dell’auto che trasportava Giovanni Gentile, mentre l’autista si accingeva ad aprire il cancello della villa, due gappisti si avvicinarono all’automobile con dei libri sottobraccio per camuffare le armi e chiesero al filosofo se fosse lui il professor Gentile, la parola “si” fu l’ultima che il filosofo pronunciò prima di morire. I colpi di arma da fuoco sparati a bruciapelo segnarono un altro atto di crudeltà e viltà da parte dei Partigiani Comunisti. Nonostante l’immediato trasporto in ospedale e i ripetuti tentativi di rianimarlo, tutto fu inutile, il più grande filosofo italiano si spense così. Poi si seppe che l’assassino fu tale Bruno Fanciullacci esecutore materiale dell’omicidio. 
Giovanni Gentile non fu un fascista della prima ora, non fu un san sepolcrista e non aderì al fascismo neanche quando da un semplice movimento rivoluzionario si tramutò nel partito di spicco della politica italiana. Giovanni Gentile prima che fosse nominato da Benito Mussolini Ministro della Pubblica Istruzione ebbe solo una cosa in comune con il futuro Duce: l’idea che per l’Italia fosse necessario entrare in guerra per terminare il Risorgimento Italiano e quindi l’Unità Nazionale.
Ricoprirà la carica di ministro per la Pubblica Istruzione dal 1922 sino al 1924 dopo essersi dimesso a causa del tifone Matteotti che aveva colpito il neonato governo fascista. Conosciuto per aver riformato la scuola italiana, Gentile sin da subito si impegnò duramente per dare una svolta al sistema scolastico italiano, in un anno riformo la scuola italiana, ma la cosa strabiliante alla quale oggi non siamo più abituati è che un governo come quello di Mussolini, digiuno di precedenti esperienze, formatosi il 31 ottobre del 1922 sfornò il primo regio decreto legislativo per la riforma scolastica il 31 dicembre dello stesso anno. Il completamento definitivo della riforma giunse al termine il primo di ottobre del 1923. Gentile anche essendosi dimesso dalla carica di ministro, non smise di appoggiare l’ormai divenuto regime. Sull’omicidio di Giovanni Gentile per anni sono state aperte animate discussioni e scambi di opinioni, per alcuni fu un atto di guerra, altri definirono omicidio la morte del filosofo. In entrambi i casi, perché fu ucciso, sol perché era un fascista, oppure, la sua uccisione cela qualcosa che avrebbe potuto ribaltare la situazione italiana del 1944? La domanda che sorge spontanea a proposito di questo misterioso evento, è, per quale motivo una persona come Giovanni Gentile è stata assassinata senza alcun motivo? Sull’esecutore materiale di Giovanni Gentile sappiamo già tutto ciò che dobbiamo sapere, si chiamava Bruno Fanciullacci ed e uno dei due gappisti che si avvicinò all’auto di Gentile esplodendo i due colpi di pistola, che uccisero il filosofo. Tutto ciò che riguarda l’esecutore è ormai cosa canonica e non ci sarebbero dubbi da questo punto di vista, se Luciano Maccacci non proponesse come ipotetico esecutore materiale Giuseppe Martini, un altro gappista. La domanda che suscita più interesse e curiosità è quella che fino ad oggi è rimasta avvolta nel mistero. Perché Giovanni Gentile fu assassinato? L’unico evento che potrebbe dare una spiegazione ed una risposta alla nostra domanda la dobbiamo ricercare nel passato, in effetti, tempo prima, Gentile aveva invocato dal Campidoglio una pacificazione tra fascisti ed antifascisti, che in quei giorni si davano brutalmente battaglia in agguati e rappresaglie. Questa presa di posizione di Giovanni Gentile era stata attaccata duramente da Palmiro Togliatti da Mosca, che non era d’accordo sul termine delle ostilità ideologiche tra le due frange: fascisti ed antifascisti. Dunque, fu ucciso non perché aderente alla RSI, non perché fascista, ma perché si opponeva a quella guerra civile che sporcava di sangue le pagine di storia italiane. Nel suo libro Moccacci non si ferma qui, come al solito non da nulla per scontato, e scava tra i particolari storici per trovare spunto a qualsiasi possibile alternativa alle versioni storiche dei libri di storia. Per che cosa venne ucciso Gentile se non per i motivi sopra citati? Forse ci possiamo fare un’idea dell’ipotetica motivazione che ha segnato questo omicidio leggendo l’ultima lettera che Gentile scrisse a Mussolini nella quale notiamo un Gentile strano, diverso dal solito, che termina fuducioso così: ”E noi ci ritroveremo a Roma. Ci aspetta Roma, Roma, Roma!” Meccucci ipotizza che Gentile potesse essere l’intermediario dello sganciamento della Rsi dalla Germania Nazista, fu ucciso per questo ipotetico motivo? Nessuno lo può dire.  Possiamo dire con sicurezza una sola cosa, che Giovanni Gentile non fu ucciso per il suo passato, per l’essere stato fascista prima e dopo, o per le sue idee, ma per il futuro, forse per il timore che un uomo di spicco culturale e ideologico come lui avrebbe potuto dar fastidio ad un futuro italiano diverso. In ogni caso al gappista Bruno Fanciullacci è stata intitolata una strada di Firenze, mentre il più grande filosofo italiano Giovanni Gentile non è stato degnato di alcun onorario che in altri paesi a prescindere dall’ideale politico sarebbe stato onorato come un’eroe nazionale.
 
 
 
 

Se volessero salvare l’Italia…

 
Se volessero salvare l’Italiadovrebbero smetterla di pensare a se stessi e pensare agli italiani, devono tutelare gli italiani e non gli stranieri, devono staccarsi dall’apparato burocratico europeo che ci sta distruggendo senza che noi ce ne rendiamo conto. Basta amare questo paese per salvarlo…e se nessuno che sia capace di salvarlo non è pronto a morire per esso, non è italiano. Italiani! Non aspettate che sia troppo tardi, riprendetevi l’Italia, perché spetta a voi salvarla. Ammesso che ne esistano ancora di italiani!

Fonte art http://giovannipastore.com   


 

La palabra, el mensaje, la idea de José Antonio Primo de Rivera.



Josè Antonio nasce a Madrid nel 1903, da buona famiglia, figlio primogenito di Don Miguel Primo De Rivera, tenente colonnello di fanteria e marchese di Estella. Durante la sua adolescenza, la vita politica spagnola, dall'inizio della guerra in Marocco (1909) fino all'avvento della dittatura del padre Miguel è agitatissima. Egli fin dai primi anni della sua giovinezza segue l'attività politica del padre, tuttavia disattende le aspirazioni di Don Miguel e preferisce gli studi di diritto alla carriera militare. Nel 1923 intensificatisi gli attentati terroristici, le accennate manovre separatiste, specie in Catalogna, l'andamento sfavorevole della guerra d'Africa, rendono popolare la figura di Don Miguel, che diventa primo ministro con l'appoggio di re Alfonso XIII, a seguito di un incruento golpe.La dittatura moderata di Don Miguel dura meno di sette anni, durante i quali si forma il carattere di Josè Antonio e si delineano in lui quei convincimenti che saranno fondamentali per il suo impegno patriottico e culturale. Nel 1930, in seguito a dissapori sociali, Don Miguel si dimette e muore, dopo qualche mese di esilio volontario.Lo sciacallaggio dei liberali e dei marxisti, fanno scaturire in Josè Antonio uno stato d'animo estremamente reattivo nei confronti di coloro che offendono la memoria del padre, entrando a far parte, nel 1931, dell'associazione politica "Fascio", costituita dai camerati di Don Miguel. Nel giro di pochi anni fa le prime esperienze in galera,conosce personalmente Mussolini, e si dedica attivamente alla vita politica creando "la Falange" e allaccia i primi rapporti con il generalissimo Franco.Il profondo messaggio cristiano e nazionalista di Josè Antonio affonda velocemente le proprie radici con un forte riscontro sociale e le persecuzioni del governo liberale marxista si intensificano: sull'orlo della guerra civile, vengono assassinati decine di falangisti durante le manifestazioni, ma ormai la Spagna è tutta con lui.
Nel 1936 Josè Antonio viene fatto arrestare ed uccidere il 20 novembre nel carcere di Alicante, assieme ad altri cinque falangisti. Di lì a poco scoppia la guerra civile. Di lui Franco dirà: "La sua morte segretamente offerta a Dio per la Patria ne fa un eroe nazionale, simbolo del sacrificio della giovinezza del nostro tempo". Josè Antonio fu dunque l'essenziale equilibrio di pensiero ed azione, la perfetta armonia tra l'essere e il sembrare, esempio di tutte le più grandi virtù: la continuità nell'impegno, la coerenza, il coraggio, lo spirito di sacrificio, l'altruismo, la cristiana capacità di stare accanto agli umili e di saper sfidare i potenti.La politica, nella concezione di Josè Antonio, divenne una funzione religiosa e poetica, rivelatrice dell'autentico destino di un popolo. Diceva infatti: "Ci troviamo di fronte ad una guerra che riveste, ogni giorno di più, il carattere di crociata, di grandiosità storica e di lotta trascendente di popoli e di civiltà".
La storia della falange nelle sue premesse, nelle sue origini e nei suoi primi sviluppi, coincide con la storia umana di Josè Antonio, proprio per questa sua impronta "religiosa" che prescinde dall'immanenza, che non è personale ma innata, trascendente ed universale. La Spagna ha costruito per i suoi caduti il tempio della Valle dos Coudos: mirabile testimonianza di cristiana interpretazione della vita e della morte proprio nella terra che più duramente di ogni altra ha patito l'odio della guerra civile. Lì riposa per sempre, accanto al generalissimo Franco e a migliaia di caduti, l'eterno Josè Antonio Primo de Rivera
José Antonio Primo De Rivera, un patriota per la Spagna e per l’Europa
«Auguro le cose migliori a Voi e alla Spagna» così si concluse l'unico incontro fra Josè Antonio e Benito Mussolini, una sera di ottobre del 1933. Mussolini aveva già capito che il destino della Falange era il destino della Spagna, e che la Spagna da lì a poco tempo sarebbe diventata di fondamentale importanza per l'Europa. La
Spagna di Josè Antonio era, infatti, un paese in subbuglio, in continuo scontro. Soltanto tre anni dopo sarebbe scoppiata quella sanguinosa guerra che martoriò la Spagna intera, ma che fu solo il preludio di quello che poco tempo dopo toccò all'Europa intera. Una delle prime vittime di quella guerra fu proprio Josè Antonio, «uno degli spiriti più belli che io abbia mai conosciuto», come lo descrisse Mussolini alla sorella Pilar Primo de Rivera. La prematura scomparsa del giovane leader falangista, non ci permette di capire fin in fondo il suo pensiero politico, su quello
che sarebbe diventato uno dei temi principali dei fascismi degli anni '30 e'40: l'Europa.
Rimanendo fedeli agli scritti di Josè Antonio si può avere una certa difficoltà nel delinearne un profilo europeista. Bisogna perciò cercare di interpretare il pensiero di Josè Antonio in funzione di un periodo di storia che non ha vissuto. Josè Antonio era spagnolo fino al midollo, tanto che si rifiuto sempre di definirsi "fascista"
perché quella parola stava ad identificare un "ideologia italiana e non spagnola". Diceva che con il Fascismo lo legavano "diversi punti di contatto", ma nulla più. Prima di tutto stava la Spagna da salvare, da ridestare. Ma il riscatto della Spagna, passava anche per la sua integrazione nell'Europa, nel suo non rimanere un paese
periferico, ma nel ritornare al ruolo preminente e centrale che le spetta nella politica continentale.
Il 29 ottobre del 1933 a Madrid, nel teatro della "Comedia", Josè Antonio tiene il discorso di fondazione della Falange Espanola, nel quale enuncia tutti i principi fondanti del nuovo movimento: Patria, giustizia sociale, famiglia, corporazioni, Tradizione cattolica, fedeltà e sacrificio. Il simbolo sarà il giogo con le cinque frecce,
dei re Isabella e Ferdinando d'Aragona, che nel 1469 posero le basi per l'unificazione spagnola e da lì la lanciarono nella grande storia europea e mondiale. Il giogo con le frecce richiama, come ha sottolineato Antonio Medrano, al simbolo solare, simbolo ricorrente nella Tradizione europea. Al sole richiamano anche l'inno (Cara al Sol), e il saluto con il braccio teso, tipico di tutti i movimenti fascisti. La grande capacità movimentista delle giovani camicie azzurre faceva da contrappasso con gli insuccessi elettorali del movimento, dovuti al fatto che molti simpatizzanti non avevano ancora raggiunto l'età per recarsi alle urne. Il 4 marzo 1934 sorge la F.E. de las JONS, fusione della FE con le Juntas de offensiva nacional-sindacalista di Ramiro Ledesma Ramos e Onesimo Redondo; nell'ottobre si celebra in Madrid il I° consiglio
nazionale. La guida fu affidata a Josè Antonio. Nel dicembre 1934 Ramiro Ledesma uscirà dal movimento. Nel giugno 1934 la giunta politica decise che la Falange si solleverà "sola o accompagnata" contro la sovversione comunista, sostenuta dall'Unione Sovietica. Nelle elezioni del febbraio 1936 il fronte popolare, unione delle forze della sinistra, vince le elezioni. Il 17 luglio Josè Antonio dal carcere di Alicante riesce a far uscire un appello alla sollevazione di tutto il popolo spagnolo.
All'alba del 18 luglio i generali delle truppe coloniali marocchine, Francisco Franco e Luis Orgaz, occupano Las Palmas. E' l'inizio della guerra civile. Ai militari si unirono nazionalisti, monarchici, carlisti, tradizionalisti e soprattutto dai falangisti. Nei giorni dell'alzamiento, Josè Antonio dal carcere così si esprime «... E' sconsolantemente bello che la Falange abbia molti più cuori che cervelli ...». Josè Antonio fu giustiziato, su ordine dell'ambasciatore di Mosca, il 20 novembre 1935.
Come scrisse Robert Brasillach :«Si può dire senza paradosso che la ribellione del generale Franco è stata utile alla Francia come alla Spagna». Questo discorso si può certamente ampliare a tutta l'Europa e nello stesso modo interpretare l'azione dei vari partiti fascisti, come salvaguardia della Patria e allo stesso tempo dell'Europa
stessa.
Analizzando, allora, il pensiero joseantonista possiamo trovare la cura anche per l'Europa, ben consci dal fatto che la parola "Patria" può stare a significare in maniera uguale sia Spagna sia Europa (ricordando cosa diceva Mazzini in riferimento ai buoni patrioti italiani, che perciò erano anche buoni patrioti europei). Il pensiero di Josè Antonio si può riassumere in una sola parola: Patria. La Patria come un'entità trascendente, un'unita di destino. Solo nel senso più alto della Patria si può avere giustizia e pace. Solo nella negazione dello stato liberale e marxista si può giungere
alla giustizia sociale. Solo nel far rivivere i valori tradizionali e i miti del passato si può costruire un grande futuro. La dottrina joseantoniana ha dell'uomo una concezione profonda, che va al di là del semplice "ente" elettorale e consumistico. L'uomo è in primo luogo un essere che crede, che ha bisogno di credere. Lo stato come lo voleva Josè Antonio si basa su Famiglia, comune e Gremio (=corporazione); autentiche realtà naturali di una società organica. Erano ritenuti inutili i partiti, perché non rappresentativi. L'obbiettivo finale è un sistema corporativo, ripreso dalla dottrina mussoliniana, che alla sua base ha il sindacato nazionale, capace di mediare fra le parti senza favori di classe. Lo stato diventa così «un regime di solidarietà nazionale, di cooperazione coraggiosa e fraterna», che «permetterà ogni iniziativa
privata che sia compatibile con gli interessi della comunità nazionale», in cui «si integrano tutti gli individui e tutte le classi». La Falange non è solo un movimento politico, è una religione, è un modo di essere e di agire. La Falange non deve difendere gli interessi particolari di nessuno, se non quelli di tutto il popolo
spagnolo. Lo spirito della Falange è uno spirito guerriero, aristocratico e poetico: «Il nostro posto è all'aria aperta, sotto la notte limpida, arma al braccio e nel cielo le stelle».
Il motto della Falange era «ESPANA: UNA, LIBRE, GRANDE!». Una Grande
Spagna, in una Grande Europa, ecco il pensiero di Josè Antonio; pensiero che è stato raccolto da tutti i volontari spagnoli della Division Azul che raggiunsero le truppe tedesche per combattere il bolscevismo. E con lo stesso pensiero erano lì a lottare Leon Degrelle, Robert Brasillach, e tutti i grandi patrioti dell'Europa. Proprio Brasillach scriveva nel 1941: «E' lo spirito di Josè Antonio che noi abbiamo sempre proclamato qui e che vogliamo mantenere, al modo nostro, per noi». E ripensando alla Guerra di Spagna ancora Brasillach ricorda: «Bisogna che la guerra in corso perpetui in tutti paesi le magnifiche virtù del luglio 1936». Con quelle virtù si è andato a formare quell'esercito europeo fascista che fino all'ultimo combatté per Berlino.
Iniziata l'avanzata tedesca contro la Russia i camerati di Josè Antonio, dopo aver combattuto per la libertà dell'Europa nella guerra spagnola, decisero che era giunto il momento di ripagare l'Europa e si arruolarono volontariamente. Furono oltre 17.000 gli spagnoli arruolati nella Division Azul (non pochi considerando che
il paese usciva da 3 anni di una tremenda guerra civile), che combatté sul fronte di Leningrado nell'ottobre del 1941, agli ordini del generale Munoz Grande. In due anni di battaglie la Division perse quasi 4.000 combattenti tra caduti e feriti. Rimasero quasi in 2.000 a difendere Berlino e la Germania contro le orde bolsceviche sino all'ultimo respiro. Nel dopoguerra nella Spagna franchista, della Falange joseantoniana rimase poco o nulla. Franco per impostare il suo regime personale non ha risparmiato neanche i suoi vecchi camerati falangisti, nonostante ciò il ricordo di Josè Antonio rimane indissolubile. Il pensiero di Josè Antonio è ritornato in auge anche nel regime reazionario franchista; basta pensare alla Carta del Lavoro o
all'adesione di quell'Europa delle Patrie proposta da Charles De Gaulle. Prima di morire Josè Antonio scrisse che sperava che il suo sangue fosse l'ultimo a spargere nella guerra civile, convinto come era che tutti gli spagnoli dovevano unirsi e combattere per la grandezza della Patria. Questa forse è la sua più importante lezione.
Lezione che capì anche Francisco Franco, quando finita la guerra fece
costruire la monumentale Valle de los Caidos, nella quale riposano uno a fianco all'altro caduti di entrambe le parti in conflitto. Un esempio importante di come chi ha vinto aveva come fine la grandezza di TUTTI gli Spagnoli. E di TUTTI gli Europei.
¡Volveràn banderas vitoriosas! Sventoleranno bandiere vittoriose!





 

Foto.



AULE SCOLASTICHE ELEMENTARI ,COME VEDIAMO SOPRA LA CATTEDRA IL CROCIFISSO E A DESTRA IL RITRATTO DEL DUCE!!

Foto del camerata  Sergio Bevilacqua.



UN'AULA DI QUARTA ELEMENTARE DEL 1930
 

martedì 15 luglio 2014

A tu per tu con la Storia: intervista a Stelvio Dal Piaz




L'entusiasmo della gioventù nei ricordi di un soldato che ha vissuto in prima persona l'esperienza di Salò

Nel corso delle celebrazioni per il 70esimo anniversario dalla costituzione del Servizio Ausiliario Femminile abbiamo incontrato, tra gli altri, Stelvio Dal Piaz, che la Storia l'ha vissuta in prima persona nelle Fiamme Bianche della Repubblica di Salò e che oggi è tra i fondatori della Fondazione Rsi. Ha più di 80 anni, Stelvio, e nel corso dell'intervista che proponiamo ai nostri lettori anche in video, nella relativa sezione del nostro portale, ci racconta quei giorni di settanta anni fa. Lo ha raggiunto alla Piccola Caprera la nostra Mayla Peretti, ed ecco la rara intervista in cui ci racconta quel pezzo di storia vissuta con l'entusiasmo della gioventù.
Un unico grande amore nella sua vita: Alda. Com'è stata la vita al fianco di un soldato?
Meravigliosa. Irripetibile. Quelle come Alda sono donne irripetibili, hanno avuto il privilegio di vivere in un periodo particolare. Noi tutti, in fondo, siamo il prodotto di un'epoca, di un clima, di un contesto, di un tipo di educazione, di scuola, allevati con il senso del dovere e dell'amore per la Patria. A questo non abbiamo mai rinunciato.
Come si colloca l'esperienza del S.A.F. rispetto al femminismo?
Questo termine le Ausiliarie lo rifiutano perché lo considerano una negatività. Loro sono donne, anche con una divisa indosso e con un regolamento che definirei claustrale, come imponeva il loro comandante. Loro non hanno rinunciato ad essere donne. La donna regge l'unità della famiglia, tutto ruota intorno a lei. Il femminismo ha esaltato il sesso, la femminilità esalta l'amore. Sono due cose completamente diverse: nell'amore c'è tutto, anche il sesso, ne è una componente. Il risultato sono i figli, che sono un atto d'amore e come tali vanno concepiti e voluti e la donna ha la fortuna di conoscere i figli nove mesi prima dell'uomo.
Cosa rappresentano, per voi, giornate come questa di oggi?
Ci sentiamo ancora parte di questo mondo, non ci sentiamo in pensione né in congedo. Finché Dio ce lo permetterà la nostra partecipazione ci sarà per la continuità ideale. Molti di noi appartengono ai reparti che non sono mai stati messi in congedo. Io ho terminato il mio servizio in Rsi nelle Brigate Nere, il mio Comando Generale non mi ha mai congedato, sono ancora un allievo squadrista di Brigata Nera. Le Fiamme Bianche e le Ausiliarie sono il prodotto dell'Opera Balilla, della GIL, sono state legittimate nella Rsi, a cui ci presentammo come volontari. Ci fu una presa d'atto del Comandante Ricci che prese coscienza del fatto che bisognava regolarizzare tutta questa gente che si era presentata in caserma e che "abusivamente" aveva indossato la divisa. Siamo nati così. Il Comandante Ricci comunicò che ormai eravamo in migliaia tra donne e ragazzi e che dovevamo essere regolarizzati. Anche perché provavano a rimandarci a casa ma noi puntualmente ci ripresentavamo in altri reparti. Eravamo un movimento non più contenibile, dunque bisognava regolarizzarci anche per una questione di tutela nei nostri confronti qualora fossimo stati presi prigionieri, avremmo potuto essere considerati franchi tiratori. Era dunque necessario che fossimo inquadrati nelle Forze Armate della Rsi.  Così il Duce, che ci voleva bene, si è preoccupato di proteggere questi ragazzi e queste donne. Noi abbiamo proseguito naturalmente quello stile di vita, voi giovani di oggi, invece, siete un miracolo, perché siete nati dopo a avvicinandovi a noi avete visto con i vostri occhi che la vostra vita non  diventa più semplice ma si complica. E però la vita combattuta è la vita che fortifica e rende protagonisti. Quando la guerra volgeva al termine, a marzo del '45, ci fu l'ordine dello Stato Maggiore dell'Esercito che veniva da Graziani di rinforzare la Divisione Italia. L'organico fu preso dalle Brigate Nere. Quindi parte delle Brigate Nere hanno terminato la guerra con l'uniforme della Divisione Italia. La Rsi è un mosaico immenso che ancora stiamo ricostruendo. Quando Graziani firmò la resa per tutte le Forze Armate citò espressamente le Brigate Nere e il S.A.F..
Rifarebbe oggi tutto quello che ha fatto?
Indubbiamente. Il mio patrimonio come persona viene da quell'esperienza. Ho vissuto al fianco di un'ausiliaria e anche confrontarmi con lei è stato bellissimo. Un collega mi disse: 'Le coppie come voi sono scritte in cielo'. Ed è vero. 

Art di Emma Moriconi e Mayla Peretti.
Fonte http://www.ilgiornaleditalia.org 

 

Pub dove Hitler era nato per essere trasformato in appartamenti... con una camera da letto al posto della sua nascita


  • Leader nazista nacque nel pub a Braunau-am-Inn in Austria nel 1889
  • Ha vissuto là per tre anni con i suoi genitori in camere al piano superiore
  • Divenne un luogo di pellegrinaggio per fedeli nazisti durante il terzo Reich
  • Attuale sindaco esegue il piano per abitazioni al fine di 'destigmatise' della città
  • Ogni appartamento potrebbe vendere per circa £400.000

  •  
     

    Come era: raffigurato nel 1966, l'edificio era stato, variamente, scuola di una ragazza e una biblioteca pubblica, dopo la seconda guerra mondiale. Più recentemente è stato usato come un centro per disabili


    Se il piano - approvato dal sindaco e proposti da un consorzio di costruzione locali - è stato accettato significherebbe la stanza dove è nato Hitler sarebbe diventato una camera da letto in appartamenti indipendenti con stato-of-the-art cucine e bagni.
    Gli appartamenti sarebbe andare sul mercato per un stimato 400.000 sterline ciascuno.
    Tale piano, dicono gli esperti, richiederebbe vagliare vigorosa di potenziali acquirenti per assicurare che un singolo piatto - o addirittura l'intera proprietà - non cadere nelle mani dei neonazisti, mascherando la loro identità reale.
    La piccola cittadina austriaca separata dalla Germania con un corto ponte sopra il fiume Inn, è ancora visitato da orde di fanatici di estrema destra ogni anno che vengono a rendere omaggio al luogo dove il futuro Fuhrer è nato il 20 aprile 1889.

     

    Vittorio Sgarbi vs il Movimento 5 stelle e rivalutazione del Fascismo!!


    Sgarbi: il critico d’arte spiega perchè Mussolini era meglio di Renzi

       
    Fonte art. http://www.iocombatto.it  

    l critico d’arte Vittorio Sgarbi intervenendo a “Spalle al muro”, trasmissione della web tv di Libero ha manifestato il suo dissenso nei confronti di certe iniziative urbane: “Bisogna dire che la tutela fatta durante il fascismo con le leggi di Bottai del ’39 hanno salvaguardato una parte dell’Italia. Rispetto ad altri paesi del mondo noi abbiamo ancora molto del passato. Oggi invece nell’era di Matteo Renzi La Spezia è davvero l’ultima frontiera. Io spero che arrestino il sindaco che ha permesso di trasformare piazza Verdi in un mostro abbattendo alberi storici. Renzi vuole fare una rivoluzione? Si fa nei dettagli. E il primo atto dopo la vittoria delle europee è stato quello dell’abbattimento degli alberi fatto da un sindaco renziano” .

    Secondo Sgarbi a La Spezia si sono abbattuti alberi nonostante la sospensione del consiglio di Stato “per fare che? Trasformare quella bellissima strada che appartiene alla forma urbis dell’Italia anni Trenta per metterci una spina dorsale di cemento armato con archetti quadrati colorati di Daniel Buren, modestissimo e incapace artista francese, che ha rovinato molti luoghi di Francia e viene chiamato in Italia per rovinare anche questi”.  Sgarbi aggiunge che “è bizzarro che oggi si spendano 3 milioni per distruggere. Anche se sono soldi europei, non è che uno li spende solo perchè gli arrivano. D’altra parte quello che è avvenuto con le norme europee ha devastato le strade di Italia con una quantità infinita di rotatorie anche nei luoghi del terremoto emiliano dove nessuno ha pensato di mettere in sicurezza gli edifici storici…”. Nell’intervista Sgarbi torna sulla sua polemica contro le pale eoliche, sostenendo che anche Nichi Vendola si è pentito di averle messe in Puglia.



    Da ultimo Sgarbi ha voluto parlare del ventennio fascista, un periodo da ricordare con orgoglio, a suo dire. ” Pirandello e Fermi erano fascisti, e noi siamo orgogliosi di loro. Bottai è un grande ministro che ha fatto una legge che ha difeso il patrimonio artistico italiano. E forse Gentile non era meglio della Gelmini? Croce non era meglio di Ornaghi? Il fascismo è pieno lacune ed errori ma anche di azioni alte e importanti. Grandi, Ciano e Bottai sono stati molto meglio di tutti i ministri del centrodestra”


     

    IMMUNITA’ E STIPENDIO AI PARLAMENTARI CORROTTI


    Art del camerata
    Marco Affatigato.




    Ecco il nuovo che avanza ! E tutti zitti, meno il Movimento 5 Stelle riconosciamolo.
    Che schifezza ! Vogliono riformare il Senato e la presidenza della Repubblica ma , nel frattempo, si garantiscono “immunità” e “stipendio ai parlamentari arrestati”. Gli unici ad opporsi sono stati i rappresentanti del Movimento 5 Stelle e , questo, bisogna darne atto.
    Prima il tacito accordo, quello sull’immunità parlamentare, difesa a spada tra...tta da tutti tranne che dai grillini. Poi, tutti tranne i grillini, hanno respinto la richiesta di sospensione dello stipendio ai parlamentari in galera. Questo mentre il ministro tecnico del governo Napolitano-Renzi (sostenuto da Berlusconi) ci dice che vista la progressione della “vita” in pensione si può andare a 80 anni.
    Che coraggio !
    Pensate un attimo. Noi siamo , con questo sistema giudiziario, tutti cittadini in “libertà provvisoria”. Se capita che , per un motivo X , veniamo arrestati e messi in “detenzione preventiva” (in carcere oppure ai domiciliari, a casa) il nostro datore di lavoro è legittimato a sospendere il pagamento dello stipendio perché “non produciamo” . Ma se ad essere “arrestato preventivamente” è un deputato o un senatore, anche se questi “non produrrà” (poiché non potrà esercitare la sua attività lavorativa di parlamentare) riceverà comunque lo stipendio di parlamentare ed il periodo di “detenzione preventiva” varrà ai fini sia dell’assegno liquidatorio parlamentare, sia ai fini pensionistici che ai fini del “premio a vita”.
    Così i cittadini italiani stanno pagando lo stipendio ai parlamentari “arrestati preventivamente” malgrado la loro “inattività parlamentare” e lo Stato gli garantisce che il periodo temporale di “inattività parlamentare” sarà comunque contabilizzato sia ai fini pensionistici, ai fini della maturazione dell’assegno di liquidazione (una specie del TFR per parlamentari) e ai fini del calcolo “premiale” che , mensilmente, poi gli sarà versato a vita per il fatto di aver interrotto la propria attività lavorativa per dedicarsi all’interesse pubblico.
    C’era forse altro miglior modo per dare il pessimo esempio di come si ruba legalmente ? E lo hanno fatto proprio gli stessi partiti che si riempiono la bocca con la “lotta alla corruzione”.



     

    A Sassari rinasce il partito fascista


    SASSARI. Il benvenuto sul sito lo davano la faccia di Hitler e Mussolini. Più in basso 66 domande smantellavano l’esistenza dell’Olocausto. Il gas? Tutte balle. Il diario di Anna Frank? Solo un falso. Un piccolo embrione di fascismo è stato concepito 2 mesi fa a Sassari e poi partorito in Rete.

     Ieri il sito è stato chiuso dai carabinieri. Pesanti le accuse mosse nei confronti dei promotori dell’Azione fascista nazional-socialista: avere promosso e organizzato un movimento politico che si ispira ai metodi d’azione del partito fascista, istigazione all’odio razziale e istigazione a delinquere. L’inchiesta è diretta dal procuratore capo della Repubblica del tribunale di Sassari Giuseppe Porqueddu e dal sostituto Michele Incani. Indagini e perquisizioni (nei territori di Sassari, Nuoro, Cagliari, Oristano e Arezzo) sono affidate ai carabinieri del comando provinciale, guidati dal colonnello Paolo Carra, e ai Ros.
     Nel corso dell’operazione è stato oscurato un sito internet (www.azionefascistans.org) - il cui provider è stato individuato a Bibbiena in provincia di Arezzo - sequestrato l’atto costitutivo del neonato movimento e recuperato materiale che gli investigatori del nucleo operativo del Reparto provinciale (guidati dal maggiore Giovanni Allucci e dal capitano Giuseppe Urpi) hanno definito interessante. Sotto sequestro computer e materiale propagandistico. Pochissime le indicazioni fornite dagli investigatori d’intesa con l’autorità giudiziaria. Sede legale a Sassari, atto costitutivo e statuto approvati il 24 febbraio 2007, fondatore e ideatore Loitan Mario Marras, 27 anni, originario di Norbello ma residente a Sassari, consigliere comunale di Borutta. E’ lui il segretario nazionale del partito, e quindi anche il rappresentante legale. Poi c’è un altro socio fondatore, sassarese, 26 anni, al quale è stata attribuita la carica di Commissario federale del sud Italia e delle Isole (ufficio politico nazionale). La struttura dell’organizzazione prosegue con un Federale della Regione Sardegna (che fa parte dell’esecutivo nazionale) e con un capo per la provincia di Cagliari. Il simbolo dell’Afns è composto da un fascio repubblicano con ai lati due croci di ferro. Il fascio si differenzia «dagli altri partitini filodestroidi-massonici» grazie a un nastro finale dorato.
     Nel sito internet oscurato dalla magistratura si poteva trovare di tutto, dal modulo di adesione (la tessera di socio costa 25 euro) a una serie di documenti a sostegno delle teorie fasciste. Le idee fondamentali prevedono «una lotta tenace contro la borghesia, la quale non è altro che l’altra spudorata faccia del marxismo». I principi del combattente dell’Afns? «Ogni calunnia ebraica, ogni bugia ebraica è una cicatrice d’onore sul corpo dei nostri combattenti», e via principi enunciati da Adolf Hitler.
     Sembra una realtà spaziale, un mondo che non esiste. E invece cresce nelle case, negli incontri di giovani e giovanissimi. Gente che, forse, non si rende neanche conto di essere finita dentro una inchiesta pesante, di quelle che possono lasciare il segno. Il sito internet «spento» dalla procura delle Repubblica di Sassari, fino all’alba di ieri mattina era un contenitore di tutto ciò che rende fieri i fascisti. Cose che neanche i più anziani ricordano più. Messaggi che i nonni avevano imparato a memoria e che oggi - di fronte a una realtà che salta fuori dai computer dei più giovani - scuotono la testa e invitano a lasciare perdere. Ci sono le 66 domande sull’Olocausto per «spiegare» che i nazisti «non hanno praticato il genocidio» e che quei 6 milioni di ebrei morti non sono vittime della gasazione, della Soluzione finale ma anzi sono stati stroncati «dal tifo e dalla fame». E poi quei gas non sono stati utilizzati per le esecuzioni «ma per combattere i pidocchi». Ce n’è anche per Anna Frank, anche lei «vittima del tifo» e per il suo Diario «non è che un falso». Spazio anche a una teoria, tutta particolare, sull’attentato alla torri gemelli. Ora si cercano eventuali collegamenti con gruppi eversivi dell’estrema destra.

    Di Gianni Bazzoni.
    Fonte   http://ricerca.gelocal.it/lanuovasardegna

     

    Vanni Teodorani, congiunto e fidato del Duce


    Uomo di fede e di coraggio, fu il fondatore della Federazione Nazionale Combattenti della Rsi

    Marito di Rosina, la figlia di Arnaldo Mussolini, uscì miracolosamente indenne da tre tentativi di fucilazione
    “Sul lago madido/ mi coprirono di sputi./ Tute blu,/ cravatte rosse,/ mitraglie sovietiche,/ pallottole USA./ False madri/ bestemmiavano/ figli non nati./ Liberali/ battevano le mani./ Per tre volte/ il muro mi respinse,/ risparmiandosi/ una morte inutile/ di più./ L'Italia/ era defunta/ da cinque minuti”. Sono i versi di una poesia di Vanni Teodorani, si intitola “Fucilazione”.
    Vanni Teodorani, uomo di spicco di Salò e fondatore della Federazione Nazionale Combattenti della R.S.I., ha vissuto su questa terra solo 47 anni: nato nel 1916, morì infatti nel 1964. Era stato capo della Segreteria Militare del Capo dello Stato, collaborando alla ricostituzione delle Forze armate della Repubblica Sociale, era stato Sottocapo di S. M. della Divisione San Marco, ufficiale superiore addetto al Raggruppamento Mobile B.N. , capo manipolo della Milizia, e aveva sposato la figlia di Arnaldo Mussolini, Rosina. Ad accompagnare la sposa all’altare era stato il Duce, suo zio: il buon Arnaldo aveva voluto lasciare il suo posto all’amato fratello. Le immagini del matrimonio di Teodorani con la giovane Rosina circolano in rete, si possono ammirare in quelle sequenze i Moschettieri del Duce che snudano i pugnali al passaggio degli sposi dopo la cerimonia.
    Di Vanni Teodorani il Duce si fidava e spesso gli affidava compiti delicati sia in Patria che all’estero.
    Aveva tentato di negoziare la salvezza di Mussolini, nelle ore frenetiche che precedevano la fine, aveva preso contatti con il Consolato americano a Berna e con il comandante della Regia Marina Dessy, per costituire una zona neutra dove affrontare la resa militare, ma non era riuscito a portare a termine il suo lavoro. Era stato catturato da una brigata partigiana mentre si recava dal Duce a Como, il 27 aprile 1945. A nulla erano valsi gli accordi presi con Dessy, a nulla le trattative intavolate con gli americani. Tre volte i partigiani cercarono di fucilarlo, tre volte Teodorani subì sevizie e percosse, tre volte riuscì a fuggire. Racconta questi episodi drammatici in una poesia dal titolo “Seviziato”: “Mi hanno/ seviziato/ e percosso./ Imprigionato/ e spogliato./ Calunniato/ e rinnegato./ Ma nessuna/ sevizia/ più tragica”. Era riuscito così a rientrare a Como, grato al Signore per aver avuta salva la vita. Il periodo successivo alla primavera del ’45 fu costretto a vivere in clandestinità, partecipando anche alle attività dei gruppi anticomunisti clandestini, “convinto – scrive Anna Teodorani – di essere sì un superstite ma non un rassegnato”. E continua: “Rifiutandosi di considerare il Fascismo, specie della RSI, come una storia negativa della Nazione da dimenticare e che ai superstiti rimanesse solo il dovere di recitare il mea culpa perché causa della tragedia nazionale in corso, rappezzata dalla ‘liberazione’ grondante sangue fratricida”.
    Teodorani fu poi arrestato a Roma, detenuto a Regina Coeli e poi liberato in seguito all’amnistia.  La sua scelta di fondare la Federazione Nazionale Combattenti Repubblicani nacque dalla necessità di non dimenticare quei seicento giorni di orgoglio nazionale. Di lui disse Vittorio Mussolini: "Vanni riuscì a trovare la forza per sopportare il crollo del nostro ideale , non credette che fosse finito con il 28 aprile, che l'odio dei nemici potesse durare tanto a lungo, che gli italiani non potessero ritrovarsi di nuovo in pace a lavorare per il bene comune. Sopportò il terrore morale e fisico. Sofferse, lottò, gridò alto la sua fede, la sua speranza che l'incubo sarebbe stato breve, il disastro riparato, il valore riconosciuto, i caduti rispettati da ambo le parti, la pace tornata fra gli italiani, ma il buio durò anni, l'odio fu trasmesso alle generazioni che non avevano conosciuto la guerra e dura ancora più per ignoranza che per cattiva memoria".
    Le battaglie di Teodorani per l’affermazione della verità storica proseguirono poi con la rivista “Asso di Bastoni”, di cui fu direttore, dove si prodigò anche per una campagna atta a dare sepoltura cristiana alle spoglie del Duce. “Naturalmente – scrive ancora Anna Teodorani – queste campagne fruttarono al giornale 53 sequestri, 103 denunce e querele, 89 processi”.
    Vanni Teodorani farà in tempo a vedere almeno la sepoltura dei resti mortali di Benito Mussolini: quando la salma del Duce giunse a Predappio, nell’agosto 1957, per trovare finalmente pace nella cripta di famiglia, Vanni era a San Cassiano con i familiari del Duce.
     
    Art di Emma Moriconi.
     
     
     

    lunedì 14 luglio 2014

    PD: deputato marocchino inneggia alla violenza contro gli italiani in un video

    Il parlamentare del PD, il marocchino Khalid Chaouki, ha pubblicato e pubblicizzato attraverso la sua pagina Facebook, una canzone chiamata “Ius Music” di un rapper anche lui marocchino.  Il testo della canzone è inequivocabile, inneggia alla violenza e al terrorismo. Ecco cosa dicono i “nuovi italiani”, coccolati dalla Boldrini e dalla Kyenge.

    questo video rappresenta la distruzione della cultura italiana, in questo video non c''e praticamente nulla di italiano. la musica fa schifo e il messaggio "multiculturale" pure.

    Fonte http://www.iocombatto.it  


     

    Foto Rsi


    Fonte foto

    Centro Documentazione Rsi

    Biblioteca


     

    sabato 12 luglio 2014

    Gaza, colpito orfanotrofio Morte tre bambine disabili

     
    In Israele per ora l’episodio non è stato commentato. Al quinto giorno di raid aerei il bilancio dei morti è salito a oltre 120 mentre i feriti sono più di 600

    Nell’ultimo attacco, sabato mattina, l’aviazione israeliana ha colpito un orfanotrofio a Beit Lahya (a nord di Gaza) provocando la morte di tre bambine disabili e ferendo diverse infermiere. Il bilancio delle vittime al quinto giorno di raid aerei da parte di Israele sale così a oltre 120 morti e più di 600 feriti. La notizia dell’orfanotrofio colpito arriva dall’agenzia di stampa Quds Press, in Israele per ora l’episodio non è stato commentato. In generale il portavoce militare sostiene che Hamas ha sistematicamente provveduto a nascondere missili e armi in moschee ed in istituti pubblici. In cinque giorni di raid aerei sono state rase al suolo 282 case mentre 9mila sono state severamente danneggiate. E la promessa è di continuare con armi di precisione anche nelle prossime 24 ore. «Ci sono ancora molti obiettivi da bombardare, ha spiegato sempre il portavoce militare di Israele, precisando che le Forze armate si stanno preparando per le «prossime fasi» dell’Operazione «Confine protettivo», presumibilmente l’invasione di terra della Striscia.


     
    Prima di colpire un edificio nella striscia di Gaza, l'IDF avverte i suoi abitanti utilizzando una procedura chiamata "bussano sul tetto," in quale fuoco forze un piccolo mortaio al bersaglio per indicare l'imminente attacco e quelli interno a fuggire prima di colpirlo con tutta la forza del segnale.
     
     


     

    Messaggio alle forze dell'ordine ... per i tempi passati, presenti e futuri.


    venerdì 11 luglio 2014

    Continua la persecuzione contro Alba Dorata, arrestato Ilias Kasidiaris



    da Forza Nuova

    La persecuzione contro Alba Dorata non conosce soste, anche il deputato Ilias Kasidiaris, attuale massimo dirigente del movimento nazionalista greco, è stato arrestato.
    L’accusa continua a seguire il teorema delirante che dipinge Alba Dorata come un’organizzazione criminale, ma nei fatti le uniche “prove” a carico del leaderingiustamente privato della libertà consistono nel possesso di due fucili da caccia regolarmente denunciati alle autorità.
    Quello di Kasidiaris è l’ottavo arresto subìto dalla dirigenza del Movimento, un altro deputato, come abbiamo denunciato nel corso del Festival Mediterraneo a Crotone, è sottoposto a pesanti misure restrittive, anche lui con motivazioni illogiche e prive di ogni fondamento.
    Intanto, le indagini sull’omicidio in stile mafioso dei due giovani militanti di Alba Dorata sono ferme al punto di partenza, con mandanti ed esecutori ancora in libertà, mentre alcune liste di iscritti, sequestrate dalla Polizia, vengono “misteriosamente” pubblicate dai siti dell’estrema sinistra.
    Nonostante tutto, la repressione e il terrorismo non riescono a fermare i nostri fratelli greci che continuano a radicarsi e a guadagnare consensi, specie nei quartieri popolari, malgrado l’assenza forzata dei loro massimi dirigenti: è la prova che il movimento è sano, forte e compatto.
    Di fronte a questa ennesima prova da affrontare, tutti i militanti e i dirigenti di Forza Nuova confermano la vicinanza ai fratelli di Alba Dorata; siamo certi che alla fine la verità non potrà che trionfare.


    Fonte.
    http://koinonikosethnikismos.wordpress.com