martedì 13 maggio 2014

Salone del libro, carabinieri del Ris fanno rivivere la voce di D'Annunzio

Una orazione funebre di circa tre minuti e mezzo, incisa su un cilindro di cera nel 1917. E' questo il supporto che contiene la registrazione della voce di Gabriele D'Annunzio. L'annuncio è stato dato al Salone del Libro di Torino dalla Fondazione Vittoriale e dai carabinieri del Ris di Roma. Il discorso era stato tenuto in occasione del funerale del capitano Vittorio Bellipanni, eroe della Prima Guerra Mondiale, celebrato nella cattedrale di Udine il 12 giugno 1917. La registrazione è stata poi consegnata dalla nipote del Vate ai carabinieri che, dopo le operazioni di ripulitura e un attento studio di riconoscimento vocale basato sull'unica riproduzione della voce di D'Annunzio finora esistente, è stata dichiarata autentica e quindi presentata al pubblico. Il manoscritto del discorso commemorativo è conservato presso i carabinieri.
 
 
 






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http://video.repubblica.it/edizione/torino/salone-del-libro-carabinieri-del-ris-fanno-rivivere-la-voce-di-d-annunzio/165417/163905

13 MAGGIO 1945 LA VIGLIACCHERIA COMUNISTA COMPIE UNO DEI GESTI PIU' INFAMI A GUERRA FINITA



L'eccidio dell'ospedale psichiatrico di Vercelli fu l'esecuzione somm...aria ad opera di alcuni partigiani della 182ª Brigata Garibaldi "Pietro Camana" di un gruppo di militi della Repubblica Sociale Italiana (RSI) prelevati dallo stadio di Novara, allora adibito a campo di prigionia. Secondo le diverse fonti, i militi uccisi furono tra cinquantuno e sessantacinque. L'eccidio ebbe luogo in parte nel comune di Vercelli e in parte nel comune di Greggio tra il 12 ed il 13 maggio 1945. La memoria dell'evento fu per decenni tramandata quasi unicamente dai reduci della RSI: solo in anni più recenti alcuni storici hanno ripreso il tema, oggi ricostruito in modo sufficientemente esauriente nelle sue linee generali.
Il 12 maggio, un gruppo di partigiani della 182ª Brigata Garibaldi "Pietro Camana" partì alla volta di Novara con un autobus ed un autocarro, fornito di un elenco di 170 nomi di prigionieri fascisti da prelevare. Giunti sul posto, chiamarono tramite appello i fascisti dell'elenco: ne individuarono in tutto 75, li caricarono sugli automezzi e li portarono a Vercelli, rinchiudendoli all'interno del locale ospedale psichiatrico dopo aver costretto il personale ospedaliero ad uscire. Lì vennero percossi violentemente e divisi in gruppi. Fra il pomeriggio del 12 e le prime ore del 13 maggio, la maggioranza dei prigionieri venne eliminata, secondo le seguenti modalità:
Undici vennero trasportati nella vicina frazione di Larizzate, fucilati e sommariamente seppelliti in una trincea di difesa antiaerea.
Secondo la ricostruzione della procura di Torino, poco più di dieci prigionieri furono legati col fil di ferro, stesi a terra nel piazzale dell'ospedale e schiacciati sotto le ruote di due autocarri, utilizzati "a guisa di due rulli compressori". Cesare Bermani ricostruisce l'episodio specifico in modo dubitativo: i prigionieri "sarebbero stati legati col fil di ferro, stesi a terra e schiacciati sotto le ruote di due autocarri". Per Uboldi, invece, venti prigionieri furono "trucidati" all'interno dell'ospedale psichiatrico e successivamente "i corpi vennero portati sul piazzale antistante l'ospedale e una camionetta vi passò ripetutamente sopra ". I corpi di questi prigionieri non sono mai stati ritrovati.
Altri prigionieri sarebbero stati defenestrati o uccisi alla spicciolata, sempre nei locali o nell'orto dell'ospedale.
Il grosso dei prigionieri fu portato a Greggio, comune in provincia di Vercelli, e fu ucciso in piena notte sul ponte del Canale Cavour alla luce dei fari di due camion. Il numero delle vittime riportato dalle fonti è variabile da un minimo di 20 ad un massimo di 50. I loro corpi vennero gettati in acqua: alcuni furono ritrovati solo dopo alcuni giorni e in certi casi anche diversi chilometri a valle del luogo in cui furono uccisi.
Secondo la Procura di Torino, una dozzina di prigionieri venne tradotta dall'ospedale psichiatrico di Vercelli al locale carcere giudiziario, contribuendo successivamente alla ricostruzione dei fatti con la propria testimonianza.
Le vittime
Il numero esatto delle vittime è ignoto. La questura di Vercelli ne indicò nominativamente cinquantuno, ma la Procura di Torino nel 1949 ipotizzò che fosse "lecito" ritenere che il loro numero "superi notevolmente" tale cifra, tenuto conto "che nelle acque del canale Cavour, alle chiuse di Veveri, vennero pescati nel secondo semestre del 1945 una cinquantina di cadaveri che dei 75 prelevati a Novara poco più di una dozzina ebbe salva la vita; che altri militi fascisti catturati fuori del campo di concentramento di Novara ebbero morte la stessa notte del 12 maggio". La questione è stata affrontata in tempi recenti solo dalle associazioni dei reduci della Repubblica Sociale Italiana o da autori di aree politiche affini: il numero in tali casi sale a circa sessantacinque vittime.
I presunti responsabili, il procedimento giudiziario e le polemiche politiche
Malgrado le indagini sul caso ebbero inizio fin dal 1946, il procedimento giudiziario per l'uccisione dei prigionieri di Vercelli non arrivò mai alla fase dibattimentale: di conseguenza, non esiste alcuna condanna per l'eccidio del 12-13 maggio.
Il 24 giugno 1949 il procuratore generale del Tribunale di Torino, Ciaccia, inviò al presidente della Camera dei Deputati Gronchi, per il tramite del ministro di Grazia e Giustizia Grassi, una domanda di autorizzazione a procedere in giudizio contro i deputati Moranino e Ortona, entrambi del Partito Comunista Italiano, in relazione all'eccidio. Il reato ipotizzato era quello di omicidio aggravato continuato. Il capo di imputazione faceva espresso riferimento ad una «soppressione in massa» effettuata «con crudeltà» di «51 miliziani fascisti» che «essendosi arresi alle forze della Resistenza avevano definitivamente cessato di costituire ostacolo o remora alla conclusione della lotta contro il fascismo».
Il 9 maggio 1961 infine, il giudice Giuseppe Ottello, presidente della Sezione Istruttoria della Corte d'Appello di Torino, prosciolse gli imputati coinvolti «per la natura politica del reato» ed emise una sentenza di non luogo a procedere anche nei confronti di Francesco Moranino, all'epoca ancora latitante, sia pure solamente per insufficienza di prove, revocando così il mandato di cattura emesso nei suoi confronti.
 

Mare Nostrum: invasione e cadaveri, il fallimento di Al Fano (AL Fini....)

 
ALTRE CENTINAIA IN ARRIVO, ALTRI CENTINAIA LI BLOCCA IL MARE.

La patetica e demenziale scusa per l’operazione Mare Nostrum, era che serviva a ‘salvare delle vite’.  Ovviamente, non quelle delle vittime dei clandestini.
Ma ora, si scopre, che non solo ci portano tutta la feccia del mondo, ma anche che i barconi affondano lo stesso. Perché Al Fano e Renzi, con la loro ‘bontà’, altro non hanno fatto che attirare tutti gli scafisti del mondo.
Infatti, sembrerebbe che un barcone carico di clandestini sia naufragato a circa un centinaio di miglia a sud dell’isola siciliana. Sono al momento 14 i cadaveri recuperati dai tassisti del dispositivo Mare Nostrum nella zona al largo della Libia – badate bene ‘a largo della Libia – in cui è affondato.
Lo afferma una nota della Marina Militare nella quale si precisa che “il numero non è definitivo”.  Duecento, invece, ce li porteranno a casa nostra.
Sia il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, che il ministro degli
Esteri, Federica Mogherini, due inutili idioti, hanno piagnucolato all’unisono ricordandoo il ruolo che l’Unione Europea dovrebbe avere nella gestione dei problemi legati alla migrazione nel Mediterraneo. “Si faccia carico di accogliere i vivi”, ha detto Al Fano.
Trovati un lavoro, Al Fano. Non pubblico, vai ai servizi sociali.
C’è un unico modo di evitare morti e, soprattutto, di evitare di riempire l’Italia di clandestini inutili, portatori di epidemie e che ingrossano le fila della criminalità: respingimenti. Siete davanti alle coste libiche, le nostre navi metterebbero meno tempo a riportarli a Tripoli e Bengasi, invece che traghettarli in Italia.

Fonte art.
http://voxnews.info
 

lunedì 12 maggio 2014

Appello-petizione in favore del magistrato Paolo Ferraro.

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Le istituzioni non si debbono privare di un magistrato indipendente e professionale, colpito con strumenti subdoli ed artificialmente costruiti per aver denunciato fatti che coinvolgono élites ed apparati deviati, quando tutto il Paese ne ha avuto le prove.


Al sig. Ministro di Giustizia: IL MAGISTRATO PAOLO FERRARO TORNI A FARE IL MAGISTRATO.

Perché è importante.

AI SIGNORI MAGISTRATI DELLA REPUBBLICA ITALIANA
Signor Presidente della Repubblica,
Signor vice Presidente del CSM e Signor Ministro,
Ormai una significativa parte informata del paese conosce la vicenda di Paolo Ferraro, l'ex (per ora) magistrato assoggettato ad un provvedimento di dispensa firmato dal ministro pro-tempore il 7 febbraio 2013. Provvedimento di dispensa che ha distrutto la credibilità e l’immagine delle istituzioni e del CSM.
In diretta ed in rete, mediante dichiarazioni di persone informate sui fatti esiste la prova finale ultima possibile di attività di attenzionamento del magistrato Ferraro che retroagiscono nel tempo, di connessioni e rapporto tra un magistrato della Procura di Roma ed apparati militari deviati (eversivi) ed un quadro francamente insuperabile in ordine ad una attività di MOBBING criminale gestita attraverso una manipolazione di cui esistono prove su ogni aspetto, vagliate da centinaia di migliaia di persone.
Dopo aver subito UN SEQUESTRO di persona di gravità inaudita nel 2009, Paolo Ferraro decide di portare tutto alla luce aderendo al principio di doverosità della sua condotta di magistrato e cittadino, a fronte di fatti che attingono anche alla tutela di donne e minori, attività criminali coperte di apparati ed ogni altra cosa è dato evincere.
Tutto verificabile con la buona fede in base a indizi, prove, fonti dirette ed indirette.
Ma tutto accuratamente coperto da un SILENZIO assordante di cui a Lei sono necessariamente note le matrici.
Una nota intervista e dichiarazione pubblica di Walter Veltroni risalente proprio al 2010 riferiva dello stesso apparato in cui Ferraro è incappato e della medesima cordata incistatasi anche nella Procura di Roma.
Provvedimento di dispensa a carico di Paolo Ferraro architettato ed originato infine dalla sua denuncia di attività coperte ed in ambiente militare protetto, di coperture eccellenti svelate tramite la ragionevole certezza di metodi ed attività gestite da servizi ed apparati con diretta partecipazione quantomeno a copertura consapevole di tre magistrati. Il tutto confermato persino dall’analisi del caso Marrazzo, indicante una partecipazione di attività coperte in ambiti militari e la presenza di elementi che conducono anche in quel caso non solo a via Gradoli ma anche alla Cecchignola e al mondo militare “deviato”, oltre che alla coesistenza di attività criminali parzialmente coperte a cavallo tra camorra, criminalità organizzate ed apparati militari deviati. Gli stessi traffici in parte scoperti dalla Procura di Teramo dove Ferraro è stato convocato e sentito per tre ore come persona informata sui fatti nel novembre 2011.
Ovviamente la forma di progressione pubblica delle denunce ed analisi di Ferraro, condivise ed ascoltate oltreché lette ormai da milioni di persone, è stata il frutto pubblico della violenza criminale esercitata da una specifica cordata intenta al fine poi "praticato" a suo specifico danno, ed è stata “amplificata” anche dalla necessaria autodifesa.
Così ora l'Italia continua a vedere provvisoriamente dispensato dal servizio un magistrato modello, mai neanche oggetto di un rilievo professionale, addirittura indicato come il migliore finanche in una audizione del luglio 2010 verbalizzata, e "dispensato per inettitudine" in base alla più smaccata legge del contrappasso "invertita" mai applicata, costernato anche il foro romano.
Coinvolta una filiera di tre psichiatri legati storicamente ai servizi, fornite tonnellate di prove dirette, indirette ed audio. Ma c’è molto di più: vi è anche un quadro fondato e oggetto di prova diretta da persona informata, in rete immessa in audio, di un ordito di lungo periodo, anche questo riscontrabile almeno per le vie brevi negli interna corporis NON preclusi ad alte autorità dello Stato.
La insostenibilità su vari piani di questa vicenda e del crescendo di informazioni in atto, anche a livello internazionale, appare a sua volta evidente e non controvertibile.
Vi è la possibilità di revisionare la decisione adottata alla luce di un nuovo sopravvenuto vaglio e del principio immanente della permanente rivisitabilità dei casi e dei giudizi “tecnici” (veri od artefatti).
Così come emergono anche su un piano formale innumerevoli irregolarità: vizi, una sola attività a discrezionalità tecnica palesemente assurda e manipolatoria, contraddetta da una decina di vere analisi e consulenze e persino da una certificazione pubblica.
Certamente la questione è chi e perchè abbia creato questo tentativo di distruzione e da quando, e se esso fosse (come è) diretto semplicemente ad eliminare un magistrato studiato per qualità ed attitudini, compresa la sua reale indipendenza.
L’ennesima richiesta di reimmettere oggi “il” magistrato Paolo Ferraro, rispettato e ben conosciuto per tutta la sua silenziosa carriera, si fonda sulla CERTEZZA matematica (riscontrata) del fondamento di giustizia della nostra richiesta e della verità sottostante, che possono essere appresi solo alzando il telefono ai livelli istituzionali a voi consentiti.
Per il loro palese carattere kafkiano, i connotati di questa incredibile ed inaccettabile vicenda rischiano seriamente di divenire, nonostante tutti gli sforzi per nascondere, un caso ancor più internazionalmente significativo.
Tutti i dati, i documenti con link e banche dati in rete a disposizione sono già stati inviati a suo tempo .
Basterebbe oggi una semplice telefonata al Ministro dell'Interno e una, anche orale, informativa, leale, tramite i servizi, che ci risultano avere tutto a loro conoscenza e portata di mano, per essere serenamente assicurati della corrispondenza a valori, diritto e diritti, ma anche all'interesse pubblico e dello Stato, di una scelta amministrativa ma anche politica, discrezionale ed equa, percorribile in regime di autotutela amministrativa.
Chiediamo quindi, data la radicale FALSITÀ di ogni "umano" addebito (di professionale non se ne è parlato nemmeno) a carico del magistrato Paolo Ferraro, di revocare il decreto di dispensa per motivi anche in senso lato di Giustizia.
Previo ogni eventuale approfondimento può esser posto in essere un atto dovuto, nel rispetto delle leggi e dei valori del nostro sistema, potendosi avere agevolmente un quadro completo.
Un rientro in magistratura di Paolo Ferraro avversato e temuto solo da coloro che tramano all’ombra delle istituzioni, necessario per assicurare una presenza indipendente e consapevole nel mondo della giurisdizione piegato da attività meno visibili, quelle stesse che preoccupano sinanche l’arco politico di governo:
http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/pier-luigi-bersani-prima-intervista-dopo-intervento-si-deve-votare-fiducia-223bd6af-63cb-4c4b-9815-e14584eee64b.html

Il procedimento di dispensa riaperto presso il CSM e conclusosi con decisione di “dispensa per inettitudine”, preceduto da due tentativi archiviati, fu riaperto quando si era venuti a sapere che Ferraro intendeva aprire alle conoscenze istituzionali l’intera situazione da egli appresa e subìta.
Poiché il dovere di un magistrato è di non soggiacere ad alcuna violenza o diktat, minaccia o ricatto ed attività illegale: in questo consiste il riconoscere il principio di obbedienza (alla Costituzione) e solo in questo. A questo solo dovere poteva aderire e non aveva scelta, se non violando identità e giuramento fatto.
Con persistente volontà di sostenere la legalità dello Stato Costituzionale attendiamo il gesto istituzionale che ridarebbe quel minimo di credibilità necessaria alle istituzioni e porgiamo a chi voglia impedire questa deriva criminale, pericolosa per tutti e da tutti i punti di vista, l'invito a non temere di agire serenamente, secondo coscienza, verità, diritto e valori aderenti alla nostra Costituzione.
La posta in gioco per le istituzioni e i loro rappresentanti è anche e soprattutto la condanna della Storia: se non sarà posto rimedio il nome di Paolo Ferraro andrà ad aggiungersi a quelli di altri magistrati vittime di apparati che agiscono nell'ombra ma con coperture formali, ed in questo caso verrà colpito un magistrato serio indipendente e deontologicamente ineccepibile che ha dato prova di intelligenza e capacità incredibilmente riconosciute sino all'ultimo momento, e proprio per queste colpito.

21 aprile, Fascismo e Romanità

Il saluto, il passo, il linguaggio, l'iconografia, l'impostazione dello Stato: tutto richiama la grandezza della Città Eterna
Il mito dell'Urbe, evocato in ogni aspetto della società, permea la spiritualità mussoliniana del Regime

"Noi sogniamo l'Italia romana, cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale". Sono le parole con cui Benito Mussolini saluta il Natale di Roma del 1922 sulle colonne del Popolo d'Italia. Mancano ancora sei mesi alla Marcia su Roma, ma Mussolini ha già scelto i principi a cui ispirare l'azione fascista. Lo aveva anticipato già nel gennaio dello stesso 1922, durante il primo Convegno sindacale fascista di Bologna, quando aveva predisposto un ordine del giorno che istituiva la festa del lavoro nella giornata del 21 aprile, contrapponendosi così a quella individuata dai socialisti nel primo maggio.
Il modello ideale che propone Mussolini è un modello dunque che affonda le sue radici nella storia, in quella più gloriosa di tutti i tempi: Roma. La "romanità", intesa prima di tutto come spiritualità, è tratto essenziale della mentalità fascista; il linguaggio, l'urbanistica, lo stile, il pensiero sono soffusi di romanità nell'arco di tutto il Ventennio.
Lo stesso concetto di antidemocrazia trae le sue origini da Roma antica, una civiltà basata sul comando di un uomo solo, il quale  ha l'onore e l'onere di condurre il popolo verso la vittoria, che ha il dovere di badare alle esigenze del popolo che egli governa  e il cui operato non è discutibile.
Ma gli elementi che richiamano alla romanità sono numerosissimi e rinvenibili in ogni ambito: Roma viene latinizzato in Urbe, al fianco di ogni anno di quel Ventennio si trovano numeri romani, ad indicare a quale anno dell'Era Fascista esso corrisponde. L'aquila delle Legioni romane fa bella mostra di sé in tutta l'iconografia del Regime, essa diventa il simbolo dell'idea fascista di amministrare lo Stato in tutte le sue declinazioni: la si trova sui monumenti, sugli edifici pubblici, sui volumi, sulle pagelle di scuola, sulle divise, nei documenti di ogni genere. Il fascio littorio è ancora mutuato dall'iconografia romana: i "fasces lictoriae" sono bastoni di legno fissati da nastri di cuoio intorno ad un'ascia, portati dai "littori", uomini assegnati dai tempi di Romolo alla sicurezza del re, che con il tempo avevano assunto il significato di simbolo del potere e insieme di unità inscindibile, nel concetto dell'unione che fa la forza. Molti bastoncini, infatti, presi singolarmente si spezzano con facilità, ma uniti e fissati strettamente tra loro da cinghie possenti diventano indistruttibili.
Ancora: un piano regolatore del 1926 prevede interventi portentosi tra il Colosseo e Piazza Venezia, la costruzione di una grande e rivoluzionaria "Via del Mare" che da Roma conduca ad Ostia, il ripristino del Mausoleo di Augusto. Così nasce la Via dell'Impero, oggi via dei Fori Imperiali: 850 metri di lunghezza per 30 metri di carreggiata, la strada più larga d'Italia. Pensata nel 1926, la straordinaria realizzazione inizia nel 1931 e viene inaugurata il 21 aprile del 1933, in occasione del 2.686esimo Natale di Roma.
Le città figlie del Fascismo richiamano tutte all'ordine di romana  memoria, l'impiego di materiali come il marmo, pulito, eterno, indistruttibile, è un altro chiaro richiamo alla romanità; le parate militari, la disciplina, il rispetto della gerarchia, l'estremo rigore nelle Forze Armate riportano alla memoria proprio le antiche Legioni, come pure lo spirito di sacrificio, la grande considerazione della terra come origine e madre e la ritrovata importanza dell'agricoltura sono tutti esempi di spiritualità romana. Ma già nel concetto stesso di "fondazione" è insita la romanità: i Romani furono infatti un popolo di grandi costruttori. Le grandi opere di Roma hanno sfidato il tempo ed hanno resistito. E dopo settant'anni dalla caduta del Fascismo, si possono cominciare a trarre i primi bilanci anche di questa straordinaria capacità edificatoria del Regime. Le costruzioni realizzate nel Ventennio non cedono, ve ne sono numerosi esempi: il terremoto che sventrò L'Aquila nel 2009 rivelò come strutture recenti, edificate dagli anni Cinquanta in poi, fossero crollate sbriciolandosi, mentre gli edifici realizzati durante il Regime avessero "miracolosamente" tenuto. Non solo: la maestosità di città come Sabaudia o Littoria - oggi Latina - è rimasta intatta. Ancora: edifici lasciati abbandonati a se stessi resistono nonostante l'incuria e i tentativi subito successivi al 25 luglio '43 di distruggerli. Un  esempio concreto è la Casa del Fascio di Predappio: di rotto ha solo i vetri e sembra che l'amministrazione abbia intenzione di realizzare al suo interno un museo. Dovevano passare settant'anni perché questo accadesse. Ma non è mai troppo tardi.
Rispetto a tutto questo, non può restare fuori il cinema. Il grandioso "Scipione l'Africano", miglior film alla Mostra Cinematografica di Venezia  del 1937 (anch'essa voluta dal Fascismo, a partire dal 1929), è un'altra forma di esaltazione della romanità.
 
Salve, Dea Roma
Anche la musica è un'invocazione ai passati fasti e uno slancio verso l'avvenire, ma non è solo folklore: è scelta di uno stile di vita
È il culto di Roma imperiale a riprendere vita durante il Ventennio, anche nei vocaboli in uso: il Mediterraneo diventa il Mare Nostrum, il capo del Governo diventa il Duce, richiamando il concetto legato ai generali vittoriosi di ritorno dalle battaglie; per salutare si alza il braccio destro tenendo la mano tesa nel "saluto - appunto - romano". Stesso discorso per il "passo romano" citato anche dalle canzoni dell'epoca, spesso evocanti il culto della romanità come la famosissima "Vincere": "Elmetto, pugnale, moschetto, a passo romano si va". Questa, tra le molte canzoni del periodo, è certamente una della maggiormente evocative quanto a romanità: "Temprata da mille passioni/ la voce d'Italia squillò!/ Centurie, coorti, legioni,/ in piedi che l'ora suono!/ Avanti gioventù!/ Ogni vincolo, ogni ostacolo superiamo,/ spezziam la schiavitù/ che ci soffoca prigionieri del nostro Mar!"
A proposito di musica: l'Inno a Roma, tradotto dal poeta romano Fausto Salvatori dal Carmen saeculare che Orazio aveva scritto  duemila anni prima per l'imperatore Augusto, musicato da Giacomo Puccini nel 1919, diventa l'inno della romanità fascista, con i suoi riferimenti al "Campidoglio dove eterno verdeggia il sacro alloro", chiamando l'Urbe "Dea Roma", invocando "Sole che sorgi libero e giocondo, sui colli nostri i tuoi cavalli doma, tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma". Il riferimento alla "pace del mondo" che "oggi è latina", il chiamare Roma "Madre che doni ai popoli la legge" e, non ultimo, il riferimento a "l'aratro antico e il gregge folto che pasce".
Ancora in tema musicale, la "Marcia delle Legioni" è talmente ricca di spiritualità romana che vale la pena riportarla per intero: "Roma rivendica l'impero/ l'ora dell'Aquile sonò./ Squilli di tromba salutano il vol/ dal Campidoglio al Quirinal!/ Terra ti vogliamo dominar./ Mare ti vogliamo navigar./ Il Littorio ritorna segnal di forza, di civiltà!/ Sette colli nel ciel,/ sette glorie nel sol!/ Dei Cesari il genio e il fato/ rivivono nel Duce liberator!/ Sotto fasci d'allor,/ nella luce del dì,/ con mille bandiere passa/ il popolo d'Italia trionfator!/ Di Roma, o sol,/ mai possa tu rimirar/ più fulgida città./ O sole, o sol,/ possa tu sempre baciar/ sulla fronte invitta/ i figli dell'Urbe immortal!"
Ancora, il Fascismo organizza, dal 23 settembre 1937 al 23 settembre 1938 la Mostra della Romanità: l'occasione è il bimillenario della nascita di Augusto, l'imperatore che aveva conquistato l'Egitto estendendo i suoi domini fino all'Etiopia, recente riconquista dello Stato fascista.
"Celebrare il Natale di Roma - scrive ancora Mussolini nel 1922 - significa celebrare il nostro tipo di civiltà, significa esaltare la nostra storia, poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l'avvenire. Roma e Italia sono infatti due termini inscindibili. Nelle epoche grigie o tristi della nostra storia, Roma è il faro dei naviganti e degli aspettanti".
L'espansione territoriale è, ancora una volta, spiritualità romana che affonda le sue radici in un concetto di  Impero che sia civilizzatore. Stesso concetto emerge nella volontà bonificatrice: quello romano è un popolo "realizzatore", Roma è "divina" al punto di riuscire a portare la civiltà, la disciplina, l'ordine, la pulizia, l'igiene, laddove c'era sporcizia, malaria, insetti e degrado. Al posto delle paludi ecco il marmo bianco, imponente e pulito. In breve tempo, perché la volontà è  tanta e tale che nessuno ostacolo la può fermare. Le città più grandi realizzate dal Fascismo nell 'Agro Pontino sono ad una distanza di circa 15-25 km l'una dall'altra, esattamente come le "stationes" delle consolari romane. E poi il Fascismo fu "romano" anche nelle opere pubbliche quali, per esempio, le grandi realizzazioni di irrigazione e di gestione dell'acqua.
E poi il mito di Roma si estrinseca anche nel concetto di "virilità", strettamente connesso a quello di demografia ma anche inteso come forza, audacia ed estetica dell'uomo.
Qualche esempio mutuato dalla musica del tempo, nella canzone "Adua": Ecco: gli italiani già/Hanno preso la città... belli, nel maschio viso/ in un sorriso/ vogliono cantar".
"Molto di quel che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel Fascismo - scrive ancora Mussolini, sempre nel 1922 - romano è il Littorio, romana  è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio ... con questi pensieri, i fascisti italiani ricordano oggi il giorno in cui duemilasettecentocinquantasette anni fa - secondo la leggenda - fu tracciato il primo solco della città quadrata, destinata dopo pochi secoli a dominare il mondo".
 
 
 
Art. Di Emma Moriconi.

Ruggero Romano, il Ministro dimenticato dai libri di storia

Mutilato nella Grande Guerra, decorato, sottosegretario del Fascismo, poi ai Lavori Pubblici a Salò
È suo il progetto per la riforma in materia di pensioni di guerra che divenne legge nel 1923

Mutilato nella Grande Guerra, medaglia al valor militare, croce di guerra italiana, croce di guerra belga con palme, deputato, sottosegretario al Ministero delle Comunicazioni, Podestà di Noto, segretario del Partito Nazionale Fascista ad Acireale, Ministro dei Lavori Pubblici nella Rsi, Segretario Generale dell’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra, ucciso sul lungolago di Dongo il 28 aprile 1945. 
Si chiama Ruggero Romano, ma di lui i libri di storia si sono dimenticati. Era nato ad Acireale e si era laureato in giurisprudenza. Aveva dato alle stampe una pubblicazione, nel 1919, che trattava di sistemazione delle provvidenze in materia di pensioni di guerra. Era stato correlatore della commissione ministeriale per la riforma e la codificazione delle pensioni di guerra, era stato l’autore di un progetto relativo a questo tema composto di 123 articoli che venne riesaminato da Alfredo Rocco e che poi divenne legge nel luglio del 1923. È sempre del 1923 un volume, a cura di Romano Ruggero e Alfredo Rocco dal titolo “Le pensioni di guerra nell’ultima riforma”.
Dopo il Fascismo aveva aderito alla Repubblica Sociale e aveva seguito Mussolini fino alla fine, fino a quel 28 aprile. Nel corso del suo mandato da Ministro dei Lavori Pubblici, durato dal 23 settembre 1943 (all’indomani della costituzione della Repubblica di Salò) fino al 25 aprile 1945, la sua opera è stata incentrata prevalentemente, com’è facile immaginare visto che il lasso di tempo di cui parliamo è stato caratterizzato dalla guerra, nella riorganizzazione delle strutture del Paese dopo i danni bellici, nei lavori di sgombero delle macerie dei bombardamenti aerei.
Di Ruggero Romano i libri non parlano, eppure è un personaggio delle istituzioni in un’epoca decisamente importante della nostra storia. Uomo di principi, basta leggere un suo ordine di servizio del marzo 1944: “Il Direttore Generale [Ugo Puliti, ndr] con lettera a me indirizzata si dichiarava disposto a seguirmi nel trasferimento in corso presso altra sede. Aveva anzi per alcuni giorni proceduto personalmente alla coordinazione delle operazioni necessarie al trasloco. Egli si è reso irreperibile. La latitanza può essere  un espediente sia pure deplorevolissimo di gente umile a cui manchi il senso della dignità e dell’onore, ma compiuta da un Direttore Generale, mobilitato civile in tempo di guerra, è un crimine che va oltre ogni sanzione disciplinare o penale”. Luigi Bolla, funzionario diplomatico che nel luglio del 1944 si mise a disposizione della Rsi “per un sentimento di onore, per aiutare la nostra gente e salvare le nostre cose”, scrisse di Romani nel suo “Perché a Salò” definendolo “un probo e mite professore che amava improvvisare distici latini”.
Suo figlio pare sia stato ospitato, nei giorni di fine aprile 1945, mentre imperversava la “caccia al fascista” andando a falciare anche chi fascista non era più di tanto, dai Frati minori di Musso. Lo riferisce don Enea Mainetti, prevosto di Musso, nel suo memoriale: “Mi si presenta un altro signore con un giovanetto, che mi dichiara essere suo figlio. Egli è il Ministro Romano che temendo una triste sorte mi raccomanda di prendere sotto la mia protezione e di ospitare in casa mia il figlio. Acconsento dando la mia parola per quanto desiderava”. L’Osservatore Romano precisa che “dopo i fatti del 28 aprile 1945, don Mainetti considerando la sua abitazione un luogo non sicuro, il 1 maggio successivo decise di chiedere ai frati minori di Dongo di ospitare per alcuni giorni Costantino Romano. E continua, riferendo ciò che scrisse quel giorno il cronista del convento: “Questa mattina il Rev.mo Prevosto di Musso Don Mainetti e l’Egr. Comandante del Settore Sig. Francesco, hanno pregato di volere accettare, per un periodo indeterminato di tempo, a titolo di protezione, il giovinetto sedicenne Costantino Romano. Figlio del Ministro Romano Ruggero, qui arrestato insieme con l’autocolonna armata di protezione del Duce e suoi Ministri il 27 e poi con gli altri passato per le armi il 28 aprile u.s. Il giovinetto è studente del 3° corso liceale, di squisita educazione civile e anche religiosa”.
Un uomo, Ruggero Romano, che non aveva alcuna colpa, che anzi aveva dato qualcosa di importante all’Italia, e che si ritrovò fucilato alle spalle dopo una rapida benedizione da parte del padre francescano Accursio Ferrari, e lasciato alla barbarie e all’ingratitudine cieca e folle degli uomini sul freddo marmo di piazzale Loreto.
 
 
 
Art. Di Emma Moriconi.

Polemiche su un'opera d'arte: naturalmente perché raffigura Mussolini

La consigliera provinciale altoatesina Eva Klotz preme per togliere il rilievo raffigurante il Duce a Bolzano

Un rilievo in marmo travertino lungo 36 metri, alto 5,5 e spesso 50 centimetri, scolpito su 57 lastre di marmo e disposto su un frontone della Casa Littoria a Bolzano, oggi sede di uffici finanziari, raffigura le tappe più importanti della storia d'Italia. Un'opera meravigliosa, realizzata dall'artista Hans Piffrader, che è finita nelle polemiche e nella strumentalizzazione. Ad alzare la voce nei giorni scorsi la consigliera provinciale Eva Klotz, che ritiene necessario spostare l'opera nella Fortezza asburgica, vicino Bressanone, perché  "relitto dei tempi bui del fascismo". Questo concetto dei "tempi bui" piace molto all'antifascismo, bisogna prenderne atto. È un modo di dire che va bene per tutte le stagioni e che fa sempre comodo per attrarre l'attenzione, per accendere i riflettori su cosine di basso valore come è evidentemente quella di mettere sotto accusa un'opera d'arte.
Quelle 57 lastre incise, però - l'antifascista Klotz dovrebbe porre mente - sono un'opera di magistrale bellezza e hanno una storia: nel 1938 fu bandito un concorso che aveva come tema "La grandezza dell'era mussoliniana", al quale parteciparono 25 artisti. Diciotto di essi vennero premiati, tra cui Piffrader per l'opera dal titolo "Veni, vidi, vici", ispirato alla guerra d'Abissinia. Nel novembre dello stesso anno il Duce ricevette una rappresentanza di artisti altoatesini. In quell'occasione Piffrader fu incaricato di donare a Mussolini una piccola copia del rilievo, con la dedica "Al Duce, fondatore dell'Impero, gli artisti altoatesini - Anno XVIII". Piffrader fu così nominato cavaliere e gli vennero commissionati altri rilievi, ancora oggi in parte visibili sugli angoli della sede della Cassa di Risparmio, nonché quello del Duce a cavallo che oggi suscita tanta veemenza nell'amministratrice locale che evidentemente non ha di meglio di cui occuparsi.
Piffrader concluse l'opera proprio il 25 luglio 1943, quando il Duce venne destituito: dei 57 pannelli solo 54 erano stati montati. I tre che restavano da applicare erano proprio quelli raffiguranti Mussolini a cavallo. Rimasero in un magazzino finché, nel 1957, la visita del Presidente della Repubblica Gronchi non ne determinò la collocazione al loro posto: non si poteva certo lasciare l'opera con un vistoso buco al centro.
Sulla vicenda ha preso posizione nel 2012 Ugo Soragni, direttore regionale per i beni culturali, in risposta ad un altro "paladino della lotta ai tempi bui", Luis Durmwalder, che aveva all'epoca avuto l'idea di coprire il rilievo. Così si era espresso Soragni: "Come studioso - aveva detto - ritengo inopportuno alterare edifici distanti da noi oltre 80 anni. Dove esistono significati inaccettabili per qualcuno, la strada da percorrere è la loro spiegazione. Ricordiamo - aveva aggiunto, sempre in omaggio alla lotta senza quartiere al cosiddetto periodo buio -  che la legge italiana condanna ogni nostalgia verso il fascismo".
Due affermazioni su tre di Soragni sono sicuramente condivisibili: di certo è "inopportuno alterare edifici distanti da noi oltre 80 anni", perché l'arte va rispettata sempre, e anzi va esaltata e celebrata. Inoltre è di sicuro interesse la parte in cui dice che la strada da percorrere è la spiegazione"dei significati "inaccettabili per qualcuno" . Una spiegazione che guardi alla nostra storia con obbiettività, però, e che racconti tutto, davvero tutto. Non accade, perché se accadesse cadrebbe il castello di carte costruito per far dire a personaggi come la consigliera altoatesina che il fascismo fu un "periodo buio".
La competenza ad esprimersi sull'opera, comunque, è della Provincia, e il palazzo è di proprietà del ministero delle Finanze. I quali ci si augura che  considereranno due aspetti: innanzitutto che le priorità del popolo sono ben altre. In secondo luogo che sarebbe giusto lasciare l'arte all'arte, e la storia alla storia.
 
Art. Di Emma Moriconi.
 

All’asta l’armadio in cui fu riposto il corpo del Duce

Dal prossimo 15 maggio su e-bay il triste cimelio in cui riposarono i resti mortali di Mussolini per undici anni

Un cimelio triste, quello che dal prossimo 15 maggio sarà messo all’asta su e-bay. Si tratta di un semplice armadio, eppure è un pezzo di storia perché al suo interno, per undici anni, è stato conservato il corpo di Benito Mussolini. Dopo l’assassinio a Bonzanigo del 28 aprile 1945 e lo scempio di piazzale Loreto, infatti, le spoglie mortali del Duce vennero seppellite in una tomba anonima nel cimitero di Musocco a Milano. Da lì Domenico Leccisi, nella notte tra il 22 e il 23 aprile 1946, insieme ad altri suoi camerati, aveva voluto disseppellirlo: “Non potevo lasciarlo solo” aveva detto, e lo aveva portato via con sé, lasciando nella nuda terra un messaggio, “Finalmente, o Duce, ti abbiamo con noi. Ti circonderemo di rose, ma il profumo delle tue virtù supera quello delle rose”.
Dopo varie vicissitudini il corpo venne consegnato ai Frati Cappuccini di Cerro Maggiore, vicino Legnano. Solo nel 1957 Leccisi riuscì nel suo intento: quello di far riposare quei poveri resti nella tomba di famiglia al cimitero di San Cassiano a Predappio. Ci riuscì perché da deputato offrì il suo voto, determinante, al governo Dc presieduto da Adone Zoli (predappiese anche lui) in cambio di una promessa: che i resti del Duce venissero finalmente riportati nel luogo giusto, la cripta di San Cassiano. Il 31 agosto 1957, così, una marea di gente si accalcò nel piazzale del cimitero di Predappio, in attesa del ritorno a casa della salma del Duce. Negli undici lunghi anni che separano questo giorno da quell’aprile del ’46 in cui Leccisi trafugò l’amata salma, il corpo del Duce era rimasto rinchiuso in questo armadio, ora nella disponibilità del negozio di Busto Arsizio “lovendoperte.it”, che lo ha avuto da una famiglia legnanese. La base d’asta – online - è di 5.000 euro e per avere tutte le informazioni del caso ci si può rivolgere a  Daniele Luoni, responsabile del negozio. L’oggetto possiede, a quanto si apprende, i certificati e i documenti che ne attestano l’autenticità.
 
Art. D i Emma Moriconi.
 

Se hanno mentito sulla morte del Duce...

 

Un grosso cumulo di cose fatte male, una sola certezza: su quelle ore solo inspiegabili bugie Il fatto di aver raccontato fandonie su un fatto così eclatante, e di averle propinate sui libri di storia, dimostra che molto altro, di falso, è stato scritto e detto.


Un grosso cumulo di bugie, insomma. E di cose fatte male. Molte le domande che restano irrisolte ancora oggi, dopo quasi settanta anni. Ma almeno una certezza: hanno detto e scritto un mare di fandonie. E la cosa grave è che le hanno scritte sui libri di scuola, che con esse hanno riempito la testa dei giovani, menti duttili, facili da manipolare. Bisogna chiamare le cose con il loro nome: si è trattato (e si tratta ancora oggi) di manipolazione. E questo aver appurato che di bugie si è trattato fa nascere una riflessione: quante altre ce ne sono sui libri che, ancora oggi, vengono sottoposti all'attenzione dei ragazzi in quell'istituzione della Repubblica che dovrebbe essere la scuola? Hanno mentito su una vicenda grossa come l'assassinio di Mussolini, figuriamoci cosa hanno potuto fare sul resto. Nello specifico, sui ventuno anni di Regime, ma chissà su cos'altro.
A sbugiardare definitivamente le numerose e tutte sballate versioni diffuse nel tempo, le indagini scientifiche. Abbiamo già parlato dell'autopsia effettuata da Cattabeni la mattina del 30 aprile 1945 all'obitorio di Milano, condotta in condizioni a dir poco di confusione totale. Ci sono poi le deduzioni eccellenti di Aldo Alessiani, che ricostruì la possibile dinamica attraverso il combinato studio del referto dell'autopsia e delle foto scattate sia a piazzale Loreto che all'obitorio. C'è poi la consulenza della squadra del prof. Pierucci, al quale anche Pisanò si rivolse per chiarire alcuni dubbi. Ecco, nello specifico, alcuni dei quesiti proposti da Pisanò: quanto colpi hanno raggiunto Mussolini da vivo? Quali sono stati mortali? Come si spiegano il colpo all'avambraccio destro e quello al fianco destro? Quale poteva essere la posizione del braccio destro quando venne trapassato dal proiettile?
Pierucci si basa, per la sua indagine, sul verbale dell'autopsia del 3 aprile, sul rendiconto di Cattabeni, sul verbale dell'autopsia effettuata dopo il recupero della salma trafugata a Musocco dal prof. Cazzaniga, sul verbale di consegna dei "resti mortali" al cimitero di Predappio e sull'ormai noto "documento Cova". Inoltre è a sua disposizione materiale fotografico e cinematografico. Sorvolando sui tecnicismi, ecco le conclusioni di Pierucci: "Mussolini Benito da vivo fu attinto da almeno otto colpi di arma da fuoco, forse nove: l'incertezza deriva dal fatto che il colpo all'avambraccio Dx potrebbe - una volta uscito - essere ripenetrato nel corpo; ovvero potrebbe essere pertinente ad un proiettile che già aveva trapassato il corpo annoverandosi fra uno degli altri otto [...] Il verbale d'autopsia non documenta un foro d'uscita per il colpo che attinse la regione sopraioidea: il proiettile potrebbe dunque essere "ritenuto" nei resti (non risulta che il cadavere sia stato mai sottoposto ad esame radiografico)" (!).
Ancora, dice Pierucci tra l'altro: "Il colpo trapassante all'avambraccio Dx [...] è attribuito da Cattabeni, "con tutta probabilità", ad un atto di schermo con l'arto alzato istintivamente, a mo' di "scudo" contro la minaccia incombente. La spiegazione prospettata è del tutto compatibile con l'obiettività traumatologica [...] tuttavia non è l'unica plausibile; anzi sul piano psicologico ("autopsia psicologica"), ci sembra poco coerente con il comportamento di un giustiziando. D'altronde una lesione del genere, anziché avere preceduto l'impatto del proiettile sul corpo, potrebbe avere seguito l'uscita del proietto dal corpo stesso. Questa ipotesi presuppone che Mussolini, all'atto dell'esecuzione, avesse le mani legate dietro la schiena, in modo che il bordo ulnare dell'avambraccio Dx venisse a trovarsi dietro il gluteo  Dx, quadrante antero-superiore, sulla stessa linea del tramite con entrata al fianco". Pierucci non esclude che "l'avambraccio Dx di Mussolini sia stato raggiunto dal colpo mentre tentava d' impugnare un'arma con la mano corrispondente". (Nella foto la duplice immagine del braccio dimostra le possibili angolazioni che esso può aver assunto al momento in cui venne trapassato dal proiettile).
Molte sono le informazioni che Pierucci consegna ai posteri, tra queste va certamente menzionata questa che segue: "Le traiettorie degli altri sette proiettili che raggiunsero il Duce [...] dimostrano - come scrisse Cattabeni nel "rendiconto" d'autopsia - 'che l'esecuzione è avvenuta con il petto del giustiziando rivolto alle armi'". A Dongo, ai fucilati sul lungolago, tale privilegio non fu concesso.  
Insomma le indagini compiute negli ultimi settanta anni hanno portato certamente luce su molti misteri. Molti sono ancora insoluti. Ma resta la domanda più pesante di tutte: perché tante menzogne?

 Di Emma Moriconi.
Fonte art.
http://www.ilgiornaleditalia.org

sabato 10 maggio 2014

71 anni fa il bombardamento che distrusse Palermo.

 
 

Il 9 maggio 1943 gli aerei nemici anglo-americani sganciarono 1’114 ordigni da 227 chili. I morti furono circa 1’500

di Mauro La Mantia
Fonte
http://www.lagazzettapalermitana.it

La storia la scrivono i vincitori quindi rassegniamoci a non avere giustizia. Ufficialmente fu una normale azione di guerra, nei libri di storia azioni del genere vengono giustificate nel quadro della campagna di “liberazione” della Sicilia e dell’Italia. In realtà nessuno ricorda il bombardamento di Palermo, del 9 maggio 1943 in piena Seconda guerra mondiale, nonostante l’eccezionalità e gli effetti di tale avvenimento.
Fuori da ogni retorica fu un vero e proprio crimine di guerra contro l’umanità. Per gli autori nessun processo di Norimberga. Palermo era un obbiettivo militare per il suo porto strategico. Ma il comando anglo-americano voleva soprattutto fiaccare la popolazione palermitana inducendola alla resa in vista dell’imminente sbarco di luglio. Per questo il 9 maggio fu inferta alla città una punizione esemplare.
L’attacco iniziò verso la fine della mattina. Verso le 11:00 un primo stormo di aerei aggira Capo Zafferano, dove era presente la nostra difesa antiaerea, e colpisce l’aeroporto di Boccadifalco, mettendo fuori combattimento i settanta aerei parcheggiati sulla pista. Neutralizzata la difesa aerea italiana iniziò il bombardamento delle Fortezze volanti: un primo gruppo, proveniente dall’Algeria, composto da oltre 300 bombardieri e quasi 200 caccia di scorta a più ondate scaricò su Palermo 1’114 bombe da 500 libbre e altre 456 da 300 libbre. Nella notte, mentre venivano spenti gli incendi e soccorsi i feriti, il secondo attacco di  23 bimotori Wellington diede il colpo finale a Palermo. Altre 76 bombe – tra cui le famigerate bombe al fosforo – caddero sul centro abitato. Le postazioni antiaeree su Monte Pellegrino, presidiate dai soldati italiani e tedeschi, non riuscirono a reggere l’urto micidiale dell’aviazione nemica.
I morti furono circa 1’500, migliaia i feriti. Furono bombardati a tappeto praticamente tutti i quartieri della città. Tra gli “obbiettivi militari” colpiti i più importanti monumenti di Palermo, in particolare le chiese.
Il comando anglo-americano usò Palermo come “allenamento”. Poi venne Dresda, Hiroshima e Nagasaki. L’arte del bombardamento criminale sui civili fu raffinato.
Siamo troppo distratti per ricordare quanto successo nella nostra città 71 anni fa. Abbiamo da commemorare le tragedie che hanno colpito gli altri popoli. I nostri parenti morti nel 1943 e sepolti sotto le macerie (alcune ancora ben visibili) possono aspettare.
 

Un breve compendio delle straordinarie gesta di Renzi ed il suo prode Partito "democratico" (Pd).

Ringrazio le fonti da cui ho attinto del materiale.
Spero che le fonti da cui ho estrapolato spezzoni non me ne abbiano: l'unico intento di questo video è la divulgazione di fatti che la televisione di regime non è in grado di dare in modo da aver un quadro completo.

DA.
VERIFORO VERITIERO.

 

venerdì 9 maggio 2014

IDEE FONDAMENTALI (Giovanni Gentile)

 

La dottrina del fascismo
(1932)
 
 
Nota
Redatta per metà da Giovanni Gentile e per l'altra metà da Mussolini, la "dottrina del fascismo" venne pubblicata nel 1932 come voce della Enciclopedia Italiana. Il punto centrale della dottrina fascista, più volte ribadito, è che "lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo".  Ne consegue che, "per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato".
Quindi, accanto al comunismo russo e al nazional socialismo tedesco, il fascismo è una delle manifestazioni più evidenti dello statismo totalizzante del secolo XX.
 



1. Come ogni salda concezione politica, il fascismo è prassi ed è pensiero, azione a cui è immanente una dottrina, e dottrina che, sorgendo da un dato sistema di forze storiche, vi resta inserita e vi opera dal di dentro. Ha quindi una forma correlativa alle contingenze di luogo e di tempo, ma ha insieme un contenuto ideale che la eleva a formula di verità nella storia superiore del pensiero. Non si agisce spiritualmente nel mondo come volontà umana dominatrice di volontà senza un concetto della realtà transeunte e particolare su cui bisogna agire, e della realtà permanente e universale in cui la prima ha il suo essere e la sua vita. Per conoscere gli uomini bisogna conoscere l'uomo; e per conoscere l'uomo bisogna conoscere la realtà e le sue leggi. Non c'è concetto dello Stato che non sia fondamentalmente concetto della vita: filosofia o intuizione, sistema di idee che si svolge in una costruzione logica o si raccoglie in una visione o in una fede, ma è sempre, almeno virtualmente, una concezione organica del mondo.
2. Così il fascismo non si intenderebbe in molti dei suoi atteggiamenti pratici, come organizzazione di partito, come sistema di educazione, come disciplina, se non si guardasse alla luce del suo modo generale di concepire la vita.
Modo spiritualistico. Il mondo per il fascismo non è questo mondo materiale che appare alla superficie, in cui l'uomo è un individuo separato da tutti gli altri e per sé stante, ed è governato da una legge naturale, che istintivamente lo trae a vivere una vita di piacere egoistico e momentaneo. L'uomo del fascismo è individuo che è nazione e patria, legge morale che stringe insieme individui e generazioni in una tradizione e in una missione, che sopprime l'istinto della vita chiusa nel breve giro del piacere per instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti di tempo e di spazio: una vita in cui l'individuo, attraverso l'abnegazione di sé, il sacrifizio dei suoi interessi particolari, la stessa morte, realizza quell'esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo.
3. Dunque concezione spiritualistica, sorta anche essa dalla generale reazione del secolo contro il fiacco e materialistico positivismo dell'Ottocento. Antipositivistica, ma positiva: non scettica, né agnostica, né pessimistica, né passivamente ottimistica, come sono in generale le dottrine (tutte negative) che pongono il centro della vita fuori dell'uomo, che con la sua libera volontà può e deve crearsi il suo mondo. Il fascismo vuole l'uomo attivo e impegnato nell'azione con tutte le sue energie. Lo vuole virilmente consapevole delle difficoltà che ci sono, e pronto ad affrontarle. Concepisce la vita come lotta pensando che spetti all'uomo conquistarsi quella che sia veramente degna di lui, creando prima di tutto in sé stesso lo strumento (fisico, morale, intellettuale) per edificarla. Così per l'individuo singolo, così per la nazione, così per l'umanità. Quindi l'alto valore della cultura in tutte le sue forme - arte, religione, scienza - e l'importanza grandissima dell'educazione. Quindi anche il valore essenziale del lavoro, con cui l'uomo vince la natura e crea il mondo umano (economico, politico, morale, intellettuale).
4. Questa concezione positiva della vita è evidentemente una concezione etica. E investe tutta la realtà, nonché l'attività umana che la signoreggia. Nessuna azione sottratta al giudizio morale; niente al mondo che si possa spogliare del valore che a tutto compete in ordine ai fini morali. La vita perciò quale la concepisce il fascista è seria, austera, religiosa: tutta librata in un mondo sorretto dalle forze morali e responsabili dello spirito. Il fascista disdegna la vita «comoda».
5. Il fascismo è una concezione religiosa, in cui l'uomo è veduto nel suo immanente rapporto con una legge superiore, con una Volontà obiettiva che trascende l'individuo particolare e lo eleva a membro consapevole di una società spirituale. Chi nella politica religiosa del regime fascista si è fermato a considerazioni di mera opportunità, non ha inteso che il fascismo, oltre a essere un sistema di governo, è anche, e prima di tutto, un sistema di pensiero.
6. Il fascismo è una concezione storica, nella quale l'uomo non è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui concorre, nel gruppo familiare e sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le nazioni collaborano. Donde il gran valore della tradizione nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle norme del vivere sociale. Fuori della storia l'uomo è nulla. Perciò il fascismo è contro tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica, tipo sec. XVIII; ed è contro tutte le utopie e le innovazioni giacobine. Esso non crede possibile la «felicità» sulla terra come fu nel desiderio della letteratura economicistica del '700, e quindi respinge tutte le concezioni teleologiche per cui a un certo periodo della storia ci sarebbe una sistemazione definitiva del genere umano. Questo significa mettersi fuori della storia e della vita che è continuo fluire e divenire. Il fascismo politicamente vuol essere una dottrina realistica; praticamente, aspira a risolvere solo i problemi che si pongono storicamente da sé e che da sé trovano o suggeriscono la propria soluzione. Per agire tra gli uomini, come nella natura, bisogna entrare nel processo della realtà e impadronirsi delle forze in atto.
7. Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per l'individuo in quanto esso coincide con lo Stato, coscienza e volontà universale dell'uomo nella sua esistenza storica. È contro il liberalismo classico, che sorse dal bisogno di reagire all'assolutismo e ha esaurito la sua funzione storica da quando lo Stato si è trasformato nella stessa coscienza e volontà popolare. Il liberalismo negava lo Stato nell'interesse dell'individuo particolare; il fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell'individuo. E se la libertà dev'essere l'attributo dell'uomo reale, e non di quell'astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo individualistico, il fascismo è per la libertà. È per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell'individuo nello Stato. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo.
8. Né individui fuori dello Stato, né gruppi (partiti politici, associazioni, sindacati, classi). Perciò il fascismo è contro il socialismo che irrigidisce il movimento storico nella lotta di classe e ignora l'unità statale che le classi fonde in una sola realtà economica e morale; e analogamente, è contro il sindacalismo classista. Ma nell'orbita dello Stato ordinatore, le reali esigenze da cui trasse origine il movimento socialista e sindacalista, il fascismo le vuole riconosciute e le fa valere nel sistema corporativo degli interessi conciliati nell'unità dello Stato.
9. Gli individui sono classi secondo le categorie degli interessi; sono sindacati secondo le differenziate attività economiche cointeressate; ma sono prima di tutto e soprattutto Stato. Il quale non è numero, come somma d'individui formanti la maggioranza di un popolo. E perciò il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev'essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l'idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti coloro che dalla natura e dalla storia, etnicamente, traggono ragione di formare una nazione, avviati sopra la stessa  linea di sviluppo e formazione spirituale, come una coscienza e una volontà sola. Non razza, né regione geograficamente individuata, ma schiatta storicamente perpetuantesi, moltitudine unificata da un'idea, che è volontà di esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità.
10. Questa personalità superiore è bensì nazione in quanto è Stato. Non è la nazione a generare lo Stato, secondo il vieto concetto naturalistico che servì di base alla pubblicistica degli Stati nazionali nel secolo XIX. Anzi la nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi un'effettiva esistenza. Il diritto di una nazione all'indipendenza deriva non da una letteraria e ideale coscienza del proprio essere, e tanto meno da una situazione di fatto più o meno inconsapevole e inerte, ma da una coscienza attiva, da una volontà politica in atto e disposta a dimostrare il proprio diritto: cioè, da una sorta di Stato già in fieri. Lo Stato infatti, come volontà etica universale, è creatore del diritto.
11. La nazione come Stato è una realtà etica che esiste e vive in quanto si sviluppa. Il suo arresto è la sua morte. Perciò lo Stato non solo è autorità che governa e dà forma di legge e valore di vita spirituale alle volontà individuali, ma è anche potenza che fa valere la sua volontà all'esterno, facendola riconoscere e rispettare, ossia dimostrandone col fatto l'universalità in tutte le determinazioni necessarie del suo svolgimento. E perciò organizzazione ed espansione, almeno virtuale. Così può adeguarsi alla natura dell'umana volontà, che nel suo sviluppo non conosce barriere, e che si realizza provando la propria infinità.
12. Lo Stato fascista, forma più alta e potente della personalità, è forza, ma spirituale. La quale riassume tutte le forme della vita morale e intellettuale dell'uomo. Non si può quindi limitare a semplici funzioni di ordine e tutela, come voleva il liberalismo. Non è un semplice meccanismo che limiti la sfera delle presunte libertà individuali. È forma e norma interiore, e disciplina di tutta la persona; penetra la volontà come l'intelligenza. Il suo principio, ispirazione centrale dell'umana personalità vivente nella comunità civile, scende nel profondo e si annida nel cuore dell'uomo d'azione come del pensatore, dell'artista come dello scienziato: anima dell'anima.
13. Il fascismo insomma non è soltanto datore di leggi e fondatore d'istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuol rifare non le forme della vita umana, ma il contenuto, l'uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuole disciplina, e autorità che scenda addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata. La sua insegna perciò è il fascio littorio, simbolo dell'unità, della forza e della giustizia.

GIOVANNI GENTILE. RICOSTRUIRE (28.12.1943)



Il sentimento della Patria è oggi vivo, direi esasperato, nell’animo di tutti gli italiani, sia pure nelle forme più varie e anche opposte. La guerra, infatti, giunta agli estremi, ha imposto a tutti, ricchi e poveri, uomini e donne, vecchi giovani e bambini, la sua dura realtà e le sue funeste conseguenze, con una minaccia imminente, urgente: che è l’annientamento del Paese, vinto. E a tutti fa sentire che è ormai in gioco il tutto, e la vita stessa di ogni individuo, anche se questi s’era in passato potuto illudere che in pericolo fosse lo Stato, non lui stesso. A chi manca il pane, a chi la carne, a chi i grassi, a chi il sale, a chi il pane: incerto il domani; la proprietà, la famiglia, l’esistenza, ogni diritto in pericolo poiché in pericolo è la Nazione e la Patria è disfatta. Mai perciò questa fu più desiderata, più sospirata, mai ne fu più apprezzato il valore.   
Anglofili e germanofili, antifascisti e fascisti, italiani sbandati e italiani orientati e fermi al posto di combattimento discuteranno per anni di chi sia stata la colpa, e quale sia la strada per tornare alla luce. Ma urge su tutti, problema di vita o di morte, la necessità della ricostruzione perché tutti vivono la tragedia del presente, da cui bisogna uscire al più presto possibile; sentono tutti, ormai, il morso implacabile della guerra.
Dopo l’ubriacatura dei quarantacinque giorni una scossa tremenda ha fatto aprire gli occhi agl’italiani esterrefatti pel crollo del mondo in cui erano vissuti come in un sogno. Non hanno più torvato quella monarchia all’ombra della quale eran nati e pensavano di morire. Non hanno più trovato autorità che li reggesse, forze armate che presidiassero il Paese a garanzia di una volontà direttiva; l’Italia era in balia degli stranieri, spezzata in due, teatro di una guerra più feroce che mai: una legge di ferro, da stritolare ogni velleità di resistenza. Ha visto spalancato davanti a sé un abisso in cui precipitava l’Italia e tutti gli Italiani. Ecco cos’era la resa senza condizioni: non la pace, ma il baratro, materiale e morale.
E allora? Non restava che negare la legittimità della resa, smentire chi l’aveva perpetrata, puntare i piedi sull’orlo dell’abisso per non cadervi dentro; raccogliere tutte le energie in uno sforzo supremo per riaffermare il diritto dell’Italia ad esistere, per dimostrare che esiste, vive, non abdica alla sua volontà; e che non consente, che resiste e resisterà, che potrà magari soccombere, ma con onore. Non è questo il bisogno di tutti i cuori? Non sentono tutti che l’onore non è una parola vana, ma il bisogno insopprimibile di non rinnegare se stessi? Anche una grande fiamma può divenire piccola favilla; ma anche questa, se non si spegne, può tornare a dilatarsi in un vasto incendio.
I popoli non muoiono se alle sconfitte sopravvive indomita la loro volontà di indipendenza. In questa volontà è la vita. Non distruggere tale volontà, questa la condizione per non perire.
Comunque, volere se stessi, la Patria. Costruire questo volere, lo spirito, la coscienza nazionale. Ond’è che i partiti ci possono dividere; ma c’è un sentimento che ci unisce: che l’Italia sia, abbia coscienza di sé, come carattere e personalità morale.
Quindi la funzione essenziale della cultura che è arte, scienza e genio, ma è tradizione; e come coscienza profonda di questa, unità fondamentale comune, bisogno di concordia degli animi, rinvio di tutto quello che può dividere, cessazione delle lotte, tranne quella vitale contro i sobillatori, i traditori, venduti o in buona fede, ma sadisticamente ebbri di sterminio.
I fascisti hanno preso, come ne avevano il dovere, l’iniziativa della riscossa, e perciò essi per primi devono dare l’esempio di sapere gettare nel fuoco ogni spirito di vendetta e di fazione, e mettere al di sopra dello stesso Partito costantemente la Patria. E se il Partito, nella sua organizzazione nazionale, alla dipendenza dei capi delle provincie, ha in mano, come organo dello Stato, la responsabilità del potere, egli deve ricordarsi che la sua funzione delicatissima va esercitata più che mai con largo spirito pacificatore e costruttivo.
Perché questo è tempo di costruire. Tanto si è distrutto, che, se qualche scoria del vecchio costume deve tuttavia cadere, se uomini di un tempo nefasto devono scomparire, se istituti devono radicalmente trasformarsi, tutto può farsi in modo che chi ne abbia a soffrire possa riconoscere l’obiettiva necessità dei provvedimenti che derivano da un principio altamente proclamato che li giustifica. Non arbitrio né violenze; ma impero d’una legge imposta dalle necessità della Patria da ricostruire.
Colpire dunque il meno possibile; andare incontro alle masse per conquistarne la fiducia e richiamarle alla coscienza del comune dovere. Non insistere sempre sui tradimenti, che disonorano la Nazione e non soltanto i colpevoli, se questi erano a capo della Nazione. Non perseguitare per il gusto di una giustizia che si compia anche a danno del Paese; sentire una volta la nausea degli scandali, che era logico fossero inscenati quando si trattava di preparare l’obbrobrio dell’8 settembre e prostrare il Paese; ma non possono entrare nel programma della ricostruzione, che richiede rinnovata e salda fiducia del Paese nelle sue forze morali. La giustizia tanto meglio può adempiere il suo ufficio sacrosanto quanto più si sottrae alla furia e alla pressione della piazza.
Ci sono tante colpe da espiare, tanti torti da riparare; tanto male che un doveroso esame di coscienza ci può rimproverare. Ma oltre il male c’è il bene, che ora più che mai bisogna rammentare se non si vuol finire nella disperazione: tanto bene, antico e recente, che la storia non potrà cancellare, poiché nella storia è infatti il nostro titolo a vivere, la nostra ragione per rialzarci in piedi e guardare in faccia nemici ed amici, ed affermare il nostro diritto, che il tradimento di dieci, cento, mille italiani, sommersi ormai nell’onta di un giudizio universale, non può distruggere.
Il popolo sano, che non ha colpa della sventura in cui un giorno fu precipitato con la solenne menzogna d’una pace impossibile, è pronto all’appello de’ suoi morti; e si leverà nella fiera coscienza della sua dignità storica ove la voce che ripete quell’appello sonerà schietta, semplice, sincera come la stessa voce della Patria. La quale non è un partito per cui si può per mille motivi accidentali non essere d’accordo; ma la nostra stessa terra e la nostra vita, il passato da cui, anche volendo, non ci si può staccare, e l’avvenire, il solo possibile avvenire, della nostra vita e della vita dei nostri figli.
 
Giovanni Gentile
Corriere della Sera, 28 Dicembre 1943

E' un ordine: ELIMINATE GRECI E ITALIANI

 
Adriana Bolchini, analizza e spiega con lucidità e una discreta dose di cinismo, uno dei più gravi momenti storici che l'Italia sta vivendo in questo secolo.
Dalle spiegazioni si capisce anche che questo è il preludio a situazioni ben più gravi, dietro le quali si intravvedono dei disegni, il cui contorno però non è ancora ben delineato.

giovedì 8 maggio 2014

La Gabbia - Vergogna di Stato, sfrattano la nonnina

A Giugno 2013 è entrata in vigore una legge che rende impignorabile la prima casa. Nonostante questo, alcuni immobili continuano ad essere pignorati e messi all'asta. E' successo anche a questa famiglia di Ravenna (servizio di Cristina Scanu)

 

Dieci cose scioccanti che si devono sapere sugli Stati Uniti



1. Gli Stati Uniti hanno la maggiore popolazione carceraria del mondo, rappresentando meno del 5% dell’umanità e più del 25% dell’umanità prigioniera. Su 100 americani uno è prigioniero. Con una crescita vertiginosa dagli anni 80, il surreale tasso delle carcerazioni negli USA è un affare e uno strumento di controllo sociale: nella misura in cui l’affare delle prigioni si espande, una nuova categoria di milionari consolida il suo potere politico. I regali di queste carceri sono anche i regali degli schiavi che lavorano in fabbriche all’interno delle prigioni per salari inferiori ai 50 centesimi all’ora. Una manodopera così competitiva che molti municipi oggi sopravvivono finanziariamente con le loro prigioni e grazie a leggi che comminano sentenze fino a 15 anni di prigione per crimini come rubare gomme. Gli obiettivi di tali leggi sono sempre i più poveri, ma soprattutto i neri, che pur rappresentando solo il 13% della popolazione americana, costituiscono il 40% della popolazione carceraria del paese. 

2. Il 22% dei bambini americani vive sotto il limite della povertà. Si calcola che circa 16 milioni di bambini americani vivano senza “sicurezza alimentare”, famiglie senza la capacità economica di soddisfare i requisiti nutrizionali minimi di una dieta salutare. Le statistiche provano che questi bambini hanno i peggiori risultati scolastici, accettano i peggiori impieghi, non frequentano l’università e hanno la maggiore probabilità di essere prigionieri, quando diventeranno adulti.

3. Tra il 1890 e il 2014 gli USA hanno invaso e bombardato 150 paesi.
Sono più i paesi del mondo in cui gli USA sono intervenuti militarmente di quelli in cui ancora non l’hanno fatto. Numerosi storici calcolano in più di otto milioni le morti causate dalle guerre imperiali degli USA solo nel secolo XX. E dietro questa lista si nascondono centinaia di altre operazioni segrete, colpi di stato e protezioni a dittatori e gruppi terroristi. Secondo Obama, insignito del Nobel della Pace, gli USA conducono in questo momento più di 70 operazioni segrete in diversi paesi del mondo. Lo stesso presidente ha creato il maggiore bilancio militare di qualsiasi paese del mondo dalla Seconda Guerra Mondiale, distanziando George Bush.

4. Gli USA sono l’unico paese dell’OCSE senza diritto a qualsiasi tipo di sussidio alla maternità.
Sebbene i numeri varino a seconda dello Stato e dipendano dai contratti redatti dall’impresa, è pratica corrente che le donne americane non abbiano diritto a nessun giorno pagato né prima né dopo aver dato alla luce. In molti casi, non esiste alcuna possibilità di essere pagate. Quasi tutti i paesi del mondo prevedono tra le 12 e le 50 settimane pagate di licenza di maternità. Gli Stati Uniti fanno compagnia a Papua Nuova Guinea e allo Swaziland con zero settimane.

5. 125 americani muoiono ogni giorno per non non poter pagare l’accesso alla sanità.
Chi non possiede assicurazione sanitaria (e 50 milioni di americani non la possiedono) ha delle buone ragioni per temere di più l’ambulanza che un innocente attacco cardiaco. Con viaggi dell’ambulanza che costano in media 500 euro, la degenza in un ospedale pubblico più di 200 euro a notte e la maggior parte delle operazioni chirurgiche che ne costano decine di migliaia, è bene che ci si possa permettere un’assicurazione sanitaria privata.

6. Gli USA sono stati fondati sul genocidio di 10 milioni di nativi. Solo tra il 1940 e il 1980, il 40% di tutte le donne nelle riserve indiane sono state sterilizzate contro la loro volontà dal governo.
Si dimentichi la storia del Giorno del Ringraziamento, con indiani e coloni a dividere pacificamente un tacchino. La storia degli Stati Uniti inizia nel programma di sradicamento degli indiani: per due secoli, i nativi sono stati perseguitati e assassinati, spogliati di tutto e rinchiusi in minuscole riserve di terre infertili, in discariche di rifiuti nucleari e e su terreni contaminati. In pieno secolo XX, gli USA hanno messo in marcia un piano di sterilizzazione forzata delle donne native, chiedendo loro di firmare formulari scritti in una lingua che non comprendevano, minacciandole del taglio dei sussidi o, semplicemente, impedendo loro l’accesso ai servizi sanitari.

7. Ogni immigrato è obbligato a giurare di non essere comunista per poter vivere negli USA.
Oltre a dover giurare che non è un agente segreto né un criminale di guerra nazista, gli si chiede se in passato è stato membro del “Partito Comunista”, o se difende intellettualmente qualche organizzazione considerata “terrorista”. Se risponderà si a una qualsiasi di queste domande, gli potrebbe essere negato il diritto di vivere e lavorare negli USA per aver dato “prova di debolezza di carattere morale”.

8. Il prezzo medio di una laurea in un’università pubblica è 80.000 dollari.
L’Insegnamento Superiore è un’autentica miniera d’oro per i banchieri. Praticamente tutti gli studenti hanno debiti astronomici, maggiorati di interessi, che richiedono in media 15 anni per essere saldati. In questo periodo, gli alunni diventano schiavi delle banche e dei debiti, essendo spesso costretti a contrarre nuovi prestiti per pagare quelli vecchi. Tra il 1999 e il 2014, il debito totale degli studenti Usa ha raggiunto 1,5 trilioni di dollari, con un aumento vertiginoso del 500%.

9. Gli USA sono il paese del mondo con più armi: su 10 americani, si contano nove armi da fuoco. Non stupisce il fatto che gli Stati Uniti occupino il primo posto nella lista dei paesi con il più grande numero di armi. Ciò che sorprende è il paragone con il resto del mondo: nel resto del pianeta c’è un arma ogni 10 persone. Negli Stati Uniti, nove ogni 10. Negli USA si trova il 5% di tutta l’umanità e il 30% di tutte le armi, qualcosa come 275 milioni.

10. Sono più gli americani che credono nel Diavolo di quelli che credono in Darwin. La maggioranza degli americani è scettica, almeno per quanto riguarda la teoria dell’evoluzione, a cui crede solo il 40% della popolazione. Mentre l’esistenza di Satana e dell’inferno risulta perfettamente plausibile per oltre il 60% degli americani. Questo radicalismo religioso spiega le “conversazioni quotidiane” di Bush con Dio e anche le diatribe infinite sulla natura teologica della fede di Obama.

Di Antonio Santos.
Fonte.
http://risveglionazionale.wordpress.com