lunedì 3 giugno 2013

LE FOIBE, L’ODIO, GLI SPUTI A BOLOGNA E L’ESODO. DA TITO A MARCO PIRINA.



Con l’inizio del mese di febbraio e, quindi, con l’approssimarsi della ricorrenza della giornata del 10 febbraio, la memoria va inevitabilmente alle vittime della tragedia delle Foibe.  Una pagina dolorosa, che dovrebbe farci riscoprire tutti italiani; eppure, ci divide ancora in rossi e neri. Anzi, divide soltanto coloro i quali sanno cosa sono state le Foibe e l’esodo, visto che da un recente sondaggio è emerso che solo il 43% della popolazione sa di cosa si parla. Colpa dell’inefficienza del sistema scolastico italiano, (che ancora risente dei diktat dei baroni rossi), della sistematica disinformazione operata dai mass-media, (che non hanno ancora cominciato a chiamare fatti e persone con i nomi opportuni), e delle teorie “retributive” e “giustificazioniste” che si diffondono dai salotti buoni del Paese, vera e propria matrice della cultura di Stato, o almeno della sua versione ufficiale.
Ci sono voluti 60 anni per iniziare ad onorare la memoria di quelle migliaia di italiani spinti nelle viscere della terra con quel macabro rituale ormai noto, (legati l’uno all’altro con del filo spinato; un colpo alla testa al primo della fila che, cadendo nel vuoto, trascinava tutti gli altri), e per ricordare la sventura di tutte le altre migliaia che hanno dovuto abbandonare la propria terra d’origine, sottola minaccia delle persecuzioni e della pulizia etnica operata dai comunisti titini, per tornare in Italia. Come sono stati accolti gli esuli al loro rientro in Patria lo sappiamo benissimo:  smistati e confinati negli oltre 100 campi profughi disseminati per tutto il Paese, “dove per molto tempo , ( in alcuni casi perfino dieci anni), vivono in una situazione di totale emergenza, nella più assoluta provvisorietà e promiscuità, attorniati da un clima di avversione o indifferenza” (fonte).  A ben guardare, tuttavia, questo è niente in confronto all’umiliazione che hanno subito durate il viaggio di ritorno nel Bel Paese. Un’accoglienza ostile e feroce organizzata dai comunisti italiani, che qualificavano gli esuli come degli spregevoli fascisti  scappati dal paradiso del socialismo reale jugoslavo, realizzato secondo i dettami del pensatore di Treviri. Ad illustrarci il pensiero dei compagni italiani è proprio “l’Unità”, Organo del Partito Comunista Italiano, con un articolo del 30 novembre 1946, firmato da Piero Montagnani, (Anno XXIII, N. 284. Articolo integrale disponibile qui):  Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi. Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare nei paesi d’origine,perché temono di incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici”. 
Conseguenza di simili parole fu l’operato di una masnada di trinariciuti, raccolti nei cd. “comitati d’accoglienza”  organizzati dal partito, che “all’ arrivo delle navi a Venezia e ad Ancona, accolsero gli esuli con insulti, fischi e sputi e a presero a tutti le impronte digitali”. Ancora: “ a La Spezia, città dove fu allestito un campo profughi, un dirigente della Camera del lavoro genovese durante la campagna elettorale dell’aprile 1948 arrivò ad affermare ‘in Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani’. A Bologna i ferrovieri, per impedire che un treno carico di profughi provenienti da Ancona potesse sostare in stazione, minacciarono uno sciopero. Il treno non si fermò e a quel convoglio, carico di umanità dolente, fu rifiutata persino la possibilità di ristorarsi al banchetto organizzato dalla (Poa) Pontificia Opera Assistenza”. Ironia della sorte: “i profughi non crearono mai, in nessun luogo dove trovarono rifugio, problemi di criminalità”.  (fonte).
Una situazione inaccettabile, perché aberrante, perché indecente. Un’indecenza accresciuta dalla targa che il Comune di Bologna ha affisso alla stazione di Bologna nel 2007, la quale recita: “Nel corso del 1947 da questa stazione passarono i convogli che portavano Esuli Istriani, Fiumani, Dalmati: italiani costretti ad abbandonare le loro case dalla violenza del regime nazional comunista Jugoslavo ed a pagare, vittime innocenti, il peso e le conseguenze della guerra di aggressione intrapresa dal fascismo. Bologna seppe passare rapidamente ad un atteggiamento di iniziale incomprensione ad un’accoglienza che è nelle sue tradizioni, facendo suoi cittadini molti di quegli Esuli”. Parole gravi, a mio avviso, che offendono la memoria di quelle genti e ne scherniscono la sofferenza, giacché trasformano l’odio politico e il disprezzo per la Patria in una “iniziale incomprensione”, la pulizia etnica in una specie di ritorsione e rivalsa slava, nonché l’operato di qualche buon cristiano bolognese in un’opera di pubblica accoglienza dei profughi.
Niente di più lontano dalla realtà, dato che lo Stato italiano si è ben guardare dall’aiutare quegli italiani, facendoli sentire come sconosciuti in Patria. All’abbandono materiale, si accompagnò poi una forma ancor più grave di oltraggio: la dimenticanza. Per 60 anni, di case espropriate agli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, dell’interdizione dalla vita pubblica, delle torture, delle sevizie e delle uccisioni di massa non abbiamo mai sentito parlare. La loro dolorosa storia, evidentemente, era molto scomoda per la “Repubblica nata dalla Resistenza”, giacché ricordava che, contrariamente a quanto dicevano i “partigiani che scendevano dai monti” , e malgrado le piroette dell’ “ignobil 8 di settembre”, l’Italia quella guerra l’aveva persa e la prova stava proprio nella conferenza di pace di Parigi. Bisognava insabbiare tutto; serviva una congiura del silenzio di proporzioni nazionali perché nessuno potesse sapere. Così, a parlarne erano solo gli ambienti della Destra  e quelli neofascisti; ma guai a fare menzione di quella tragedia sui giornali, nelle scuole, sulle TV o nelle piazze. Si rischiava la scomunica di partito. Bisognava allora affidarsi alla stampa clandestina e alla lettura di libri proibiti, sperando che il tempo facesse crollare la coltre dell’oblio.
Finalmente, questo muro di omertà comincia a cadere e le malefatte dei comunisti slavi, (coadiuvati dall'operato dei compagni italiani), iniziano a porsi all’attenzione della gente comune. Non a caso; bensì solo grazie all’opera di alcuni pionieri della storia, che hanno sfidato la sorte, il veto e le “scomuniche laiche”, pur di far sapere agli italiani cosa avevano vissuto tanti loro compatrioti di origine fiumana, istriana e dalmata. Mi riferisco ai vari Petacco, Parlato, Oliva, Rumici e tanti altri. In particolare, a Marco Pirina, storico friulano da poco scomparso, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente. Uno che ha dedicato gran parte della sua vita all’approfondimento di queste vicende. Un uomo gentile e determinato che ha riportato in Italia, a costo persino della propria incolumità, migliaia di documenti custoditi negli archivi slavi, poi raccolti in diversi volumi, (disponibili sul sito http://www.silentesloquimur.it/sito1/libri.htm). Grazie a questo eroe dei tempi moderni, (lo dico senza retorica e senza esaltazione), abbiamo scoperto  che il governo italiano pagava con 3 milioni di lire al mese le armate jugoslave perché arrivassero a Trieste prima degli Alleati. Ma non erano i soli quattrini italiani che finivano in mano slava. C’erano, infatti, i denari che Tito riceveva mensilmente, fino a tutti gli anni ’60, a titolo di mantenimento di alcuni prigionieri italiani, perché non ritornassero, dato che la situazione politica era cambiata. Ma non è tutto: scavando tra le 29.149 pensioni che l’INPS paga nella ex Jugoslavia sin dal 1947, sono saltati fuori anche i nomi di alcuni personaggi che sarebbero gli esecutori materiali degli infoibamenti (fonte).  Vi elenco soltanto i nomi, rimandandovi al sito di riferimento per leggere con i vostri occhi di quali fatti si siano macchiati questi signori, mantenuti con pensioni italiane con tanto di diritto alla reversibilità del 100%:
  • ·         Cino Raner
  • ·         Nerino Gobbo
  • ·         Franco Pregelj
  • ·         Giorgio Sfiligoi
  • ·         Oscar Piskulic
  • ·         Ivan Motika
  • ·         Giuseppe Osgnac
  • ·         Guido Climich
  • ·         Giovanni Semes
  • ·         Mario Toffanin
  • ·         Alojz Hrovat
  • ·         Avijanka Margitic
Una cosa, ancora, vorrei farvi notare: la chiara origine italiana di questi nomi e cognomi. Un dato che dimostra ulteriormente l’italianità di quelle terre.  Un marchio italico che è confermato dalla storia, dal dominio di Venezia in primis, dai censimenti, dai nomi e dalla struttura delle città, (come ad esempio Grisignana, che anche dal censimento del 2001 risulta a maggioranza italiana), e persino dalle confessioni Milovan Gilas,  politico, antifascista partigiano e militante comunista jugoslavo. Costui, in un intervista rilasciata a Panorama nel 1991, disse: “ Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati da Tito in Istria a organizzare la propaganda antitaliana. Si trattava di dimostrare alle autorità alleate che quelle terre erano jugoslave e non italiane. Ovviamente non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza nei centri abitati, anche se non nei villaggi. Ma bisognava indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto”.
Una vicenda che si commenta da sola. Una tragedia che ha bisogno di essere ricordata in tutta la sua pienezza, non solo il 10 febbraio, ma tutto l’anno. Un compito che, vista la provenienza dei signori che ci governano, (molto vicini alla sinistra italiana, notoriamente universo satellite dell’Unione Sovietica), può aspettare soltanto a noi. Dobbiamo esserne all’altezza. Ce lo impongono circa 30.000 scomparsi e più di 300.000 esuli, tutti compatrioti. Dal primo all’ultimo, sia chiaro!
Roberto Marzola.

UNO STATO CHE SI FA PRENDERE IN GIRO DA CESARE BATTISTI

Diciamocelo chiaramente: l'Italia con Cesare Battisti, (il delinquente,ovviamente, non il patriota del secolo scorso), ha fatto una pessima figura. Non una sola, a dire il vero. La prima magra, infatti, si è avuta quando, nel 2004, a seguito dalla fine della cd. "dottrina Mitterand" e del conseguente arresto, Battisti riuscì a rendersi latitante e a dileguarsi nel nulla. La seconda, invece, nel 2007, allorché venne arrestato in Brasile. Una detenzione che è durata pochino, perché nel 2009 era già fuori, forte dello status di rifugiato politico. Nel 2011, infine, è arrivato l'ultimo verdetto: il presidente Lula, amico di un contrariato Giorgio Napolitano, (chissà quanto...), forte dell'approvazione dall'Avvocatura di Stato brasiliana, fa sapere che non sarà concessa l'estradizione. I quattro omicidi, di cui si era macchiato con i suoi comagni,(nel senso politico del termine!), resterrano impuniti.

Stavolta, c'è un qualcosa che va oltre l'assurdo giuridico...Che non è la concessione dello status di rifiugiato politico ad un comunista italiano. Un qualcosa che supera persino l'ipocrisia umana... Che non è nemmeno la solidarietà espressa da Roberto Saviano. Si tratta di un qualcosa che va ben al di là della decenza... Ed è il fatto che il sig. Battisti sfilerà al Carnevale di Rio con il «Bloco do Cordão da Bola Preta», una delle maggiori scuole di samba della città carioca. Stando a quanto riporta "il Corriere", il terrorista rosso, tutto entusiasta, avrebbe dichiarato: "Certo che ci vado, la Bola Preta porta in strada due milioni di persone" .

Ci rendiamo conto? Questo omuncolo con le mani intrise di sangue, che ha seminato il terrore in Italia, provocato il dolore delle famiglie delle vittime e che adesso gioca pure a fare l'intettuale, si permette di sfilare al Carnevale di Rio, magari a fianco di dieci sventolone brasiliane, con corpi da delirio sessuale e dai movimenti conturbanti. Non lo accetto, mi spiace. I miei occhi hanno sopportato abbastanza. Basta! E' l'emblema e, al tempo stesso, l'apice del ridicolo che copre il nostro Paese a causa di 60 anni di politica "liberale" e "democratica". Più di mezzo secolo di storia in cui abbiamo preso sempre e solo ordini da tutti. Una schiavitù resa più sopportabile da una specie di "miracolo economico" e da qualche soddisfazione sportiva, che ora ci rende persino incapaci di andare in Brasile a prendere per le orecchie un pezzo di merda qualunque, per buttarlo nell'unico posto in cui meriti di stare: in galera! Poi mi vengono a dire: "gli italiani devono fare i sacrifici per il bene del Paese" e corbellerie simili; ma per cosa? Per essere lo zimbello della Comunità Internazionale? O per essere presi per il culo da un simile idiota e criminale, che se ne sta in Brasile a divertirsi, con quell'aria da genio de noandri, mentre gran parte degli italiani onesti stenta ad arrivare a fine mese? Ma che se ne vada a fanculo lui, Lula e la nostra classe dirigente! Speriamo solo che prima o poi torni in Italia per riabbracciare il suolo natio...Anzi no: a ben pensarci, si rischierebbe di farne un insegnante, come già avvenuto con qualche ex B.R.. Certi rischi non è proprio il caso di correrli!

Roberto Marzola.

"GLI EROI SONO TUTTI GIOVANI E BELLI"

Con l'approssimarsi del 25 aprile il popolo italiano torna a dividersi. L'ho scritto: se lo spirito e la vocazione di una festa nazionale sono quelli di unire, allora certe feste, (il 25 aprile, il 1 maggio ed il 2 giugno), andrebbero cancellate, perché hanno un significato schiettamente di parte. Risultato: ci scappa sempre la polemica!

A mio modo di vedere, però, è quanto meno paradossale che in questo caso la polemica venga più da "sinistra" che da "destra". D'accordo, da parte di quest'ultima ci sono state affissioni sui i muri delle città, richieste di contraddittorio alle conferenze pubbliche, trattazioni a tema e quant'altro; ma i toni sono aspri e livorosi principalmente dalla parte opposta della barricata. Basta leggere le reazioni indignate e violente dei partigiani di oggi e di ieri. "Sono solo provocazioni fasciste" , "sono insulti alla resistenza", "sono offese alla democrazia e alla libertà" e baggianate simili.

Ma quali insulti? Ma quali provocazioni? Mi sa che i signori non hanno capito l'atteggiamento mio e di tanti altri che la pensano come me. Allora, forse, sarà il caso di chiarire.

Da queste parti ci rifiutiamo di celebrare una guerra che l'Italia ha perso. Non vogliamo osannare una guerra civile, che in alcune parti d'Italia ha avuto strascichi anche dopo la fine della guerra. Non ci sentiamo figli di un clima d'odio politico e di un modo infame, vigliacco e persino illecito di combattere, che ha causato decine di migliaia di morti, spesso civili innocenti, (e qui l'elenco sarebbe piuttosto lungo!). Non ci riconosciamo in una data che ha privato il nostro Paese della sovranità nazionale, esponendolo ieri ai venti provenienti dall'Atlantico o dagli Urali ed affogandolo oggi nella cloaca europeista.
Vogliamo semplicemente dire a tutti come sono andate le cose, ossia in un modo molto meno onorevole e  romanzato di quanto tradizionalmente si racconta. Ci piacerebbe poter credere ancora in quei valori di Patria, di Identità, di Onore e di senso del Dovere, che con il 25 aprile sono stati esiliati dal Belpaese ed umiliati. Desideriamo essere idealmente vicini ed onorare la memoria di quei ragazzi, di quelle ragazze, di quegli uomini e di quelle donne che, nella maggior parte dei casi, si sono arruolati volontariamente nell'esercito della Repubblica Sociale Italiana, sapendo di andare incontro a morte certa,  per rispetto alla parola data, per difendere l'Idea, per tenere alto il prestigio dell'Italia. Quei ragazzi che, come scrisse in dialetto romano Mario Castellacci, si dissero "Repubblicani e no Repubblichini" e si "davano coraggio e sentimento con l'ombre d'Orazio ar Ponte e de Mazzini"; che erano "Camerati ossia fratelli d'Itaja, ognuno in fila su la traccia de sù padre, e der padre de su' padre"; che rinnegavano "le gentacce ladre, i Maramaldi, i vili, i vortafaccia, li cacasotto e i servi dei bordelli"; e che pensavano: "La guerra è persa? E' disparo er confronto? E' finita? Nun vojo sapè gnente. Me 'nteressa l'onore solamente. E si me tocca da morì, so pronto".
Quegli uomini e quei ragazzi noi li consideriamo eroi, per il loro spirito e per la loro capacità di saper difendere le loro scelte anche a prezzo della propria vita. Ci riconosciamo in loro e, al tempo stesso, vorremmo essere all'altezza delle loro gesta e dei loro sogni. Sogni che non sono morti e non moriranno mai, finché riusciremo a tenere in vita la loro memoria, finché verrà tenuto presente l'esempio, finché ci sarà una "corrispondenza d'amorosi sensi".
Continuate pure ad aggredirci e ad attaccarci; tanto lo fate da decenni... Ma non aspettatevi di fiaccarci nel nostro intento, né di farci cambiare idea. Qui non si parla solo di storia; si parla di rispetto, di fedeltà e di onore. Parole che, forse, a voi suoneranno strane. Ma che a noi suonano molto meno strane della vostra fantomatica "demokrazia" e della vostra inesistente libertà di non si sa cosa e da non si sa cosa.

28 APRILE: IN MEMORIA DI BENITO MUSSOLINI

Se ne dicono tante sul conto di Benito Mussolini, e spesso a sproposito. Per me è stato sul serio il più grande statista che l'Italia abbia mai avuto. Non ho paura di dirlo, né mi rimangerò queste parole, come qualcuno ha già fatto in passato. Lo ritengo l'unica vera guida, politica e spirituale, degna di essere nominata negli ultimi due secoli di storia italiana. E chi altri potrebbe esserlo? Chi altri ha fatto ciò che ha fatto lui, nel bene e nel male? Forse è per questo che in tanti ne parlano male e ne hanno paura ancora oggi. Perché Mussolini è stato un grande, il più grande di tutti, ed i grandi fanno sempre paura, specie ai deboli di spirito.
Primo tra tutti per spessore umano; una personalità di quelle magnetiche, in grado di affascinare tutti i grandi della terra, persino i suoi oppositori e nemici giurati: da Churchill a Stalin, da Roosvelt a De Gaulle, tutti hanno speso parole d'elogio su di lui.
Primo tra tutti per capacità politica. Nessun altro avrebbe mai potuto fare ciò che ha fatto lui in quel periodo, ossia prendere in mano le sorti di un Paese deluso da una guerra più persa che vinta, dilaniato da tensioni sociali, affamato dalla crisi economica, svuotato dal tracollo dei valori. Sotto la sua guida, nello spazio di pochissimi anni, quel Paese è diventato una terra baciata da Dio, ricompattata nello spirito e nel corpo sociale, proiettata verso il futuro a suon di avveneristiche riforme e di battaglie del popolo e per il popolo. Con lui, addirittura, l'Italia ha goduto di un prestigio senza pari all'estero, riuscendo a divenire parte attiva di alcune delle più importanti decisioni internazionali del periodo. "Il Duce ha salvato la pace": ecco cosa scrivevano i giornali dell'epoca.
Primo tra tutti anche nell'eloquio impareggiabile. Non l'ho davvero mai visto parlare con un foglietto o con un appunto in mano; eppure aveva un pubblico di migliaia di persone, che si riversavano nelle piazze proprio come un fiume in piena scende verso valle dopo le abbondanti piogge primaverili, con lo stesso impeto e lo stesso entusiasmo. E forse questa era la sua più grande dote: saper parlare direttamente al cuore degli italiani; di tutti gli italiani. In loro ha saputo riaccendere sogni e speranze; ad ognuno di loro ha suggerito l'aspettativa e, al tempo stesso, la certezza di un domani migliore.
Primo tra tutti, infine, per la capacità di immaginare proprio un domani migliore, fatto di pace e giustizia sociale, senza più tensioni, senza più povertà, senza più lotte di classe o scontri tra fratelli. Nessuno come lui è stato così sognatore e, al contempo, così lucidamente folle da immaginare un futuro del genere.

Pertanto oggi, nell'anniversario della sua morte, il mio pensiero va a "quell'uomo che più di chiunque altro ha amato la sua Patria; a quell'uomo che, sebbene avesse ricoperto l'Italia di quel prestigio tipico dell'età romana, fu barbaramente e vigliaccamente ucciso, e poi esposto alla bestialità di una folla eccitata dalla crudeltà della guerra; a quell'uomo che ridonò all'Italia onore e gloria e che si impegnò perché l'Italia crescesse su solide basi, quali Dio, Patria e Famiglia". Per tutto questo la storia gli "darà ragione", come proprio lui soleva ripetere. Io ne sono più che convinto.
Grazie Duce! Riposa in pace e veglia su questo martoriato Paese, soprattutto ora che il cielo è buio e la strada sembra smarrita.

A noi!

Roberto Marzola.

CRIMINI ALLEATI N.3: L'IPRITE A BARI

Diclorodietilsolfuro o semplicemente iprite: si tratta di un terribile gas, dotato di proprietà vescicatorie e tossiche, largamente usato durante la Prima Guerra Mondiale e messo al bando dal consesso delle Nazioni. Ne ho già scritto, a dire il vero, in un altro post, per smentire le coglionerie che si dicono a proposito della campagna italiana in Abbissinia, andata a buon fine -secondo taluni "storci"- solo perché l'Esercito Italiano ne impiegò quantitativi massicci.
Stavolta, torno a parlarne per un altro motivo. Non tutti sanno, infatti, che gli Alleati nel 1943, (quindi dopo la messa al bando delle armi chimiche), trasportavano massicci carichi di iprite nel Mediterraneo a bordo delle loro navi. Quanto successo al porto di Bari nel dicembre del 1943 è, appunto, una testimonianza di tutto questo.



All’alba del 2 dicembre al porto di Bari, conquistato dagli anglo-americani a seguito dello sbarco di Taranto del 9 settembre 1943, erano presenti circa una quarantina di navi, molte delle quali erano le famose Liberty. Tra esse c’era anche la John Harvey. Gli operai stavano provvedendo a scaricare il carico delle imbarcazioni e ad ammassarlo nei magazzini dello scalo pugliese, divenuto ormai il punto di partenza per le operazioni belliche alleate. Verso sera, un ricognitore tedesco Messerschmitt 210 della Lufwaffe notò il notevole afflusso di navi al porto, difese da pochissimi uomini e mezzi. Immediata fu la comunicazione ai punti di comando, i quali progettarono subito l’azione di guerra, per rallentare quanto meno la risalita dello Stivale da parte degli Alleati. Oltre 100 aerei tedeschi e - pare- alcuni aeromobili della Repubblica di Salò si alzarono in volo alla volta di Bari. Giunsero sul posto verso le ore 19:30, un orario pianificato in base alle condizioni di luce che davano l’opportunità agli aerei della Luftwaffe di vedere senza essere visti (fonte). L’effetto sorpresa fu totale: decine e decine di bombe italo-tedesche caddero sulle navi Alleate ancorate sulle banchine. Ne furono affondate ben 17: “5 americane, 4 inglesi, 3 norvegesi, 3 italiane, 2 polacche. Furono inoltre gravemente danneggiate 7 navi di varia nazionalità e andarono perdute circa 40.000 tonnellate di materiali e munizioni. […] Samuel Eliot Morison definì l'attacco aereo al porto di Bari come il ‘più distruttivo, per gli alleati, dopo Pearl Harbour’ ”. (fonte).

L’effetto sorpresa, tuttavia, non colpì i soli Alleati, ma anche gli aviatori tedeschi. Questi ultimi, infatti, non sapevano che su quelle navi erano caricati notevoli quantitativi di armi all’iprite. Stando alla testimonianza di Augusto Carbonara, un testimone oculare, sulla sola Harvey erano presenti circa “cento tonnellate di bombe all’iprite, […]; ciascuna bomba era lunga quasi 120 centimetri, con un diametro di 20 centimetri, e conteneva iprite fissata ad idrocarburi, per ottenere circa 31 chili di mustard gelatinosa” (fonte). A ciò si devono aggiungere i rapporti che venivano inviati, a partire dal 1947, ai Ministeri e alla Prefettura, i quali parlano di “ben 15.551 bombe d’aereo e 2.533 casse di munizioni armate ad iprite” che giacevano in fondo al mare (fonte). Gli aviatori ed i comandi tedeschi, che intendevano soltanto compiere una poderosa azione di disturbo, utile per poter organizzare una difesa efficace sulla linea Gustav, non potevano certo immaginare la catastrofe che si sarebbe parata di fronte a loro. Il contenuto delle navi era infatti top-secret, tanto che solo alcuni ufficiali della stessa nave ne erano informati. Un segreto che accompagnerà i fatti di Bari anche a seguito del bombardamento, dato che il colonnello Stewart F. Alexander, inviato in Puglia nei giorni successivi all’operazione bellica per fare rapporto, classificherà le ustioni e le ferite riportate tanto dai soldati quanto dai civili come “per causa non ancora identificata”. Stando a quanto riportato qui e confermato dal Maggiore dell'U.S. Air Force Glenn B. Infield , (“Disaster at Bari”), il segreto fu imposto da Churchill in persona, il quale “era fermamente convinto che il ruolo giocato dal gas mostarda nella tragedia di Bari dovesse rimanere un segreto. Egli credeva che rendere pubblico il fiasco consegnasse ai tedeschi una vittoria in termini di propaganda” (“British Prime Minister Winston Churchill was particularly adamant that the role mustard gas played in the tragedy remain a secret. He believed that publicizing the fiasco would hand the Germans a propaganda victory”).
A parte questo, bisogna dire che disastrosi furono gli effetti dell’iprite contenuta nelle navi anglo-americane, aggravati dalla reticenza degli alti gradi Alleati che, di fatto, impedì di poter salvare centinaia di vite: una città messa in ginocchio, un numero di morti imprecisato tra militari e civili, (che taluno stima attorno al migliaio), centinaia di feriti e di intossicati. Non solo ieri, ma ancora oggi, dato che quegli ordigni giacciono ancora sul fondo dell’Adriatico e mettono a repentaglio la salute dei pescatori e dei naviganti pugliesi. Basti pensare che “dal 1946 alla fine degli anni ’90 sono stati ricostruiti 239 casi di intossicazione” in qualche modo ricollegabili all’iprite fuoriuscita dagli ordigni anglo-americani (fonte).
Una circostanza che non serve a far cadere l’alone di mistero che avvolge ancora il carico della Jonh Harvey e che non risponde alle tante domande possibili. In particolare: cosa avrebbero dovuto fare gli Alleati con quel gran quantitativo d'iprite? Cosa ci faceva la nave ormeggiata a Bari? Possibile che si trattasse di un mero “deterrente”, (come vuole la versione ufficiale), oppure si può pensare ad una precisa volontà di impiegare armi proibite?
Domande a cui deve rispondere la Storia, senza menzogne e senza reticenze, perché in grado di dirci ancora molto sul nostro passato e di rendere un'immagina molto diversa della "guerra di liberazione". A maggior ragione se si considera che, a distanza di quasi 70 anni da quei fatti, l’Italia deve ancora fare i conti con la spregiudicatezza e con l’infamia dei “liberatori”.

Roberto Marzola.

8 SETTEMBRE: GIORNO DI TRADIMENTO E CORAGGIO

Questa non è e non vuole essere una ricostruzione storica degli avvenimenti legati alla giornata dell'8 settembre 1943. Del resto, di quei giorni c'è ben poco da dire: vi fu chi stravolse patti ed alleanze per salire opportunisticamente e vigliaccamente sul carro dei futuri vincitori, (sebbene questi avessero sin da allora interessi tutt'altro che convergenti con quelli nazionali), e chi, piuttosto, scelse di rimanere fedele all'impegno preso e alla parola data, nonostante fossero già percepibili nell'aria foschissimi presagi, malgrado ciò volesse dire trovarsi soli a lottare contro tutto e tutti, senza nemmeno curarsi dell'ineluttabile destino di morte che si profilava all'orizzonte. Chi, insomma, scelse di continuare la battaglia per difendere l'onore, un'idea, un sogno chiamato Patria, per alimentare quel desiderio di poter scegliere il proprio destino, il proprio avvenire. Né il calore degli affetti familiari, né la paura della morte poterono frenare l'ardore e il desiderio di combattere ancora, di gettare il cuore oltre l'ostacolo, mostrati da quei ragazzi e da quelle ragazze. Dirà Pio Filippani Ronconi  in una famosa intervista tv: "in quei giorni c'era il culto della morte, anzi di morire accanto al proprio re; bisognava superare il rito di saper fronteggiare qualsiasi circostanza, persino quella di non essere più vivo".
E allora partirono quei ragazzi, incuranti della propria sorte sciagurata e del proprio destino. Anzi, parafrasando le parole di Mario Castellacci, (autore di una suggestiva e privatissima poesia romanesca dedicata alle prime ore della Repubblica Sociale Italiana), quei ragazzi erano già lì, anche senza di Lui, sebbene la Storia racconti che risposero all’appello di Mussolini e corsero a Salò. Ed erano sulle rive del lago- citando ancora Castellacci- “fi dar tramonto/ de quell’otto settembre. Puntuarmente. /Stavamo tutti là pe’ dì: ‘Presente!’/ Io ce so’, so’ itajano, e pago er conto. / La guerra è persa? E’ disparo er confronto? /E’finita? Nun vojo sapè gnente. / M’interessa l’onore solamente/e si me tocca da morì so pronto”. Parole semplici ma, al tempo stesso, profondissime, che la dicono lunga sull’incomparabile spessore umano, culturale e politico di quei ragazzi e di quelle ragazze di appena vent’anni, tanto giovani eppure così consapevoli del loro ruolo, del valore della loro identità, di quel leggerissimo peso di essere italiani veri, di cosa voglia dire appartenenza, senso del dovere e capacità di sacrificio. Parole poi trasformate in azione, in strenua resistenza, in un beffardo e seducente ghigno alla morte o in gesti estremi, come ad esempio quello del colonnello Rabbi della divisone Ariete  il quale, non volendo combattere contro l’alleato tedesco, si tolse la vita. Parole e gesti che trovarono ammirazione persino tra le linee nemiche, perché sapevano d’onore, di ideale, di un ammirabile e lucente sacrificio contro il cupo cinismo e la tetra codardia mostrata dal Re e dai suoi sodali. Illuminante, in tal senso, il pensiero del generale alleato Eisenhower, che a proposito dell’8 settembre, disse: “La resa dell'Italia fu uno sporco affare. Tutte le nazioni elencano nella loro storia guerre vinte e guerre perse,  ma l'Italia è la sola ad aver perduto questa guerra con disonore, salvato solo in parte dal sacrificio dei combattenti della RSI”. Una sincera ammirazione per quegli avversari che cadevano a cento e a cento sotto il tiro delle mitragliatrici al grido di “Viva l’Italia”; una condanna senza possibilità d’appello, invece, per chi accettò di consegnare il paese nelle mani nemiche, senza nemmeno combattere o, peggio, rifugiandosi sui monti.
A questi ragazzi morti troppo presto e a quelle ragazze divenute donne troppo in fretta rivolgo oggi il mio pensiero. A loro che furono capaci di “trasformare le idee in azioni”; a loro capaci di diventare eterno ed imperituro esempio; a loro che, malgrado l’oblio dei presenti, seppero vincere eroicamente la morte, accettando di donare la vita all’Italia col sorriso sulle labbra.

Roberto Marzola.

RITORNO ALLA TRADIZIONE

 
5 ottobre 1980: Nazzareno De Angelis, detto Nanni, viene trovato impiccato nella sua cella, dove era ingiustamente detenuto per un’assurda accusa di un coinvolgimento diretto nella strage di Bologna. Suicidio: questa è stata la versione ufficiale. Una versione che non può convincere perché falsa, in quanto Nanni era innocente. Il 2 agosto del 1980, infatti, fu ripreso da alcune emittenti televisive mentre disputava una partita di football americano.  Immagini arrivate troppo tardi, perché il 3 ottobre una pattuglia della Polizia aspettava il giovane Nanni in piazza Barberini, a Roma. Fu letteralmente massacrato di botte, senza che vi fosse una ragione plausibile. Fu ricoverato in ospedale, dove gli vennero riscontrate lesioni di ogni tipo su tutto il corpo. E' importante sottilineare, però,  come il suo  stato psicologico fosse tutto sommato sano e privo di propositi suicidi. Due giorni dopo, la tragedia. L’autopsia disposta dalla Magistratura evidenziò che “Nanni De Angelis fu sottoposto a un duro linciaggio con escoriazioni, ematomi e fratture multiple su tutto il corpo. Inoltre i medici rilevarono anche che l’ospedale San Giovanni aveva dichiarato Nanni ‘in stato di incoscienza’, prova di ‘uno stato di sofferenza del sistema nervoso centrale’. In più, l’autista dell’ambulanza, Salvatore Serrao, testimoniò che non gli fu mai consegnata alcuna certificazione medica, né copia della cartella clinica[1].
Non serve un genio per capire cosa sia successo. Credo che sia possibile affermare, infatti, che le democraticissime istituzioni antifasciste abbiano aizzato i propri cani da guardia in divisa contro un povero ragazzo, identificato come “nemico pubblico numero uno”. Un nemico ovviamente di comodo, dipinto come il nero emblema del male più oscuro per coprire il marcio della politica italiana, la corruzione dilagante e le scabrose relazioni internazionali con organizzazioni terroristiche, (vedi il Mossad). Una vita giovane, candida e immacolata che viene spezzata nel modo più brutale possibile, senza remora alcuna, come nemmeno il più spietato dei criminali avrebbe osato fare; un delitto feroce, che resta ancora oggi impunito, senza che nessuno s’indigni o chieda di far emergere la verità.
A noi, quindi, non resta che il ricordo di un ragazzo che si è macchiato della gravissima colpa di credere in un’idea e in un sistema di valori. E allora voglio anch’io ricordare Nanni De Angelis. Me lo immagino un po’ come  in quel suo famoso disegno: un elfo senza tempo e senza età, rifugiatosi in un’oasi di pace, fatta di “verdi prati che di rugiada brillano nel sol”, e di “alti alberi tutt’intorno”, dove di tanto s’arrampica per comporre delle dolci melodie col suo flauto. Incurante del tempo e degli uomini malvagi e corrotti, trascorre le sue giornate sotto un sole amico e le notti accanto al crepitio del fuoco. Scorrazza tra lande immacolate, cinte da vette maestose e bagnate da acque limpidissime. Niente può disturbare la sua quiete; nessuno può raggiungerlo. Solo di tanto in tanto qualcosa lo raggiunge: è un caldo soffio, un lieto zefiro, originato dal pensiero di quanti ancora lo portano nella mente e in fondo al cuore. Di quanti, insomma, continuano a credere nelle sue idee; di quanti camminano su quegli stessi sentieri; di quanti proseguono la battaglia contro il mondo moderno.
Riposa in pace, dunque, Piccolo Attila e lascia a noi l’ultimo disperato tentativo di sovvertire le sorti della battaglia. Condurremo la tua e la nostra lotta anche nel tuo nome, fino a che avremo sangue nelle vene, prima di ricongiungerti a te in quell’oasi di pace. Ad majora, Camerata!

ASCOLI: IL QUADRO CON MUSSOLINI DEVE SPARIRE

Alla fine l'A.N.P.I. l'ha spuntata: il quadro, risalente al 1939, del pittore Aldo Castelli,  raffigurante un Mussolini idealizzato, deve sparire dall'aula magna dell'Istituto Tecnico Commerciale per geometri di Ascoli Piceno. Ad avviso dei figli e nipoti dei partigiani sarebbe "troppo pericoloso per la formazione dell'individuo".
Ci rendiamo conto? Un disegno che vuole essere un inno alla formazione, alla cultura e al sapere diventa, per coloro che hanno l'ardore di definirsi come "i fautori della democrazia e del libero pensiero in Italia", addirittura una minaccia per dei ragazzi di età normalmente compresa tra i 15 e i 19 anni, i quali si suppone che un minimo di coscienza storico-politica l'abbiano già ricevuta durante l' "antifascistissima" scuola dell'obbligo. Ragazzi che, in più d'un caso, hanno pure protestato contro la scelta del preside, sollecitata appunto dall'A.N.P.I., di rimuovere l'opera, giacchè, a loro avviso, questa stava bene nel suo contesto originale (fonte).
Non le proteste, non il buon senso e nemmeno il tanto decantato insegnamento dei "Padri Costituenti", (i quali hanno scritto nella costituzione le seguenti parole: "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione"; "L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento"), hanno potuto arginare la barbarie e la furia iconoclasta di certi signori. Insomma, dopo Bolzano, (ove si voleva censurare un bassorilievo raffigurante Mussolini), siamo davanti ad una nuova manifestazione di quella turba psichica, di quell'odio cieco e rancoroso e di quell'ignoranza senza precedenti che risponde al nome di "antifascismo militante". Una vera e propria patologia, che non deve essere sottovalutata né deve trovare alcun gioco di sponda da parte delle istituzioni, in quanto foriera di una mentalità e di un atteggiamento ben più dannosi per la formazione di un ragazzo di quanto non possa esserlo un'opera d'arte, (si legga: qualsiasi opera d'arte), perché, appunto, distoglie gli studenti dai problemi veri e li educa all'odio e all'avversione politica. Tuttavia, credo che queste siano solo le considerazioni di una "carogna fascista" e, come tali, non debbano trovar posto nella "repubblica nata dalla resistenza", dove, notoriamente, possono avere cittadinanza solo sentimenti di bassa lega. Eccovene un'altra conferma.
C.V.D.

Roberto Marzola.

A VOLTE MI CHIEDO: SE CI FOSSE ANCORA IL DUCE?

Anno domini 2012: l’Italia della Costituzione democratica e antifascista, che permette la sospensione della democrazia medesima grazie all’imposizione di “governi tecnici”, sembra affondare sotto il peso dell’assenza di sovranità su tutti i livelli, dal debito pubblico, della disoccupazione, della dittatura bancaria, dalla disgregazione dello stato sociale, dell’alto costo delle fonti di energia e -perché no?- del crollo della natalità degli autoctoni. Davanti alla mole di dati, scritti ed elementi empirici che ben testimoniano il disastro ormai conclamato, mi faccio una domanda: cosa accadrebbe oggi se l’Italia, anziché essere asservita al liberalcapitalismo, fosse ancora la culla del socialismo mussoliniano? Cosa ne sarebbe dell’Italia, in altre parole, se quella guerra l’avesse vinta Lui o, almeno, se ci fossero ancora Lui e le Sue idee?
Non sono domande retoriche e non si tratta nemmeno di mera nostalgia; più che altro, si vuole proporre una riflessione critica su ciò che è stato il vituperato Ventennio e su cosa potrebbe ancora ispirarci oggi, grazie alla sua tremenda attualità, alla sua essenza quasi profetica.
Sarei stato proprio curioso di vedere, infatti, come tutte quelle lobby che affamano il nostro Paese, (dalla massoneria alle lobby speculative, dalle multinazionali ai gruppi bancari), avrebbero potuto sottomettere stati e popoli, al cospetto di un movimento che intendeva creare un popolo unito e coeso, senza spaccature tra “padroni” e “proletari”, tra “capitalista” e “prestatore d’opera”, tra “guelfo” e “ghibellino”, in modo che tutti partecipassero allo sviluppo e al progresso della Nazione; dinanzi ad uno stato centrale inteso non di certo come stato-apparato o stato-burocrazia, (come avviene nei paesi di matrice comunista), bensì come stato-etico di concezione hegeliana, ossia come fonte di libertà per il singolo e norma etica, nonché proteso al bene universale. 
Avrei voluto vedere le banche e le grandi aziende inseguire i loro guadagni folli e smodati a spese del popolo, se ancora vi fossero istituti come l’IMI e l’IRI, voluti da Mussolini per sostenere l’economia, evitare i fallimenti e, appunto, per monitorare l’operato di tutti i soggetti economici. Di sicuro, poi, non ci sarebbe stato l’Euro e non ci sarebbe stata l’Unione Europea, ma una Lira al passo con le valute più importanti, (ai tempi, la famosa “Quota Novanta”, per parificare il valore della moneta italiana alla Sterlina inglese), e una confederazione di stati, ciascuno dei quali signore in casa propria. A pensarci bene, ci saremmo pure risparmiati tutti quei sermoni su “quanto faccia bene cedere dei pezzi di sovranità nazionale”, firmati Monti e Napolitano. Vi pare poco?
Ancora: probabilmente non saremmo angosciati nemmeno da questo fantomatico debito pubblico, dato che il Governo fascista raggiunse il pareggio di bilancio già nel 1924 grazie al Ministro De Stefani e che, oltre 20 anni più tardi, il suo collega De Stefani consegnò alle autorità dell’ Italia “democratica” il bilancio della Repubblica Sociale Italiana, potendo vantare un netto attivo malgrado la guerra!
Pure l’economia sarebbe stata diversa, perché non più votata unicamente al profitto, bensì alla cd. “socializzazione”, ossia alla partecipazione del datore di lavoro e del lavoratore non solo al processo produttivo, bensì anche nella proprietà e nella gestione dei mezzi produttivi e, dunque, pure nella divisione degli utili. I lavoratori, magari, sarebbero ancora sostenuti come vennero sostenuti dalle organizzazioni corporative e le imprese alleggerite dal carico fiscale, proprio come allora. Si può addirittura sostenere che sarebbe molto più sviluppata e progredita anche la cd. "green economy",dato che già l'Autarchia mussoliniana suggeriva  una produzione a basso impatto ambientale e senza sprechi, capace di riciclare quasi integralmente i rifiuti generati e che fosse mossa, anche e soprattutto, da carburanti alternativi. Altro, dunque, che imprese che fuggono all’estero, (vedi la Fiat), e che minacciano la salute pubblica, (vedi il petrolchimico di Venezia o l’Ilva)!
Dulcis in fundo, mentre oggi si spingono i malati di SLA a protestare, si dimezzano le pensioni ai vecchi e si lasciano i lavoratori per strada, ieri si creava lo stato sociale, con misure di sostegno -giusto per fare qualche esempio- agli anziani, (Assicurazione invalidità e vecchiaia, R.D. 30 dicembre 1923, n. 3184), ai disoccupati, (Assicurazione contro la disoccupazione, R.D. 30 dicembre 1926 n. 3158), ai meno abbienti, (Assistenza ospedaliera ai poveri R.D. 30 dicembre 1923 n. 2841), ai lavoratori (Tutela del lavoratore di donne e fanciulli R.D 26 aprile 1923 n. 653), ai nuovi nati, (Opera nazionale maternità ed infanzia, R.D. 10 dicembre 1925 n. 2277 e Assistenza illegittimi e abbandonati o esposti, R.D. 8 maggio 1925, n. 798), ecc.
Insomma, siamo davanti ad un modello che, per un singolare scherzo del destino, curava già da allora i mali di oggi, a colpi di stato, etica, buon senso e giustizia sociale. Medicine, a mio modesto parere ancora valide per l'oggi. Quindi, mi chiedo e vi chiedo: perché non tornare a riflettere su questa "terapia"?  Che ne sarebbe dell’Italia e dell’Europa se avessero continuato la terapia contro il cancro moderno, individuato già da allora e che è tornato ad affliggerle da 70 anni a questa parte? In altre parole, cosa ne sarebbe di tutti noi se venisse ancora seguita la via indicata dal socialismo mussoliniano?
Io azzardo una risposta: un mondo migliore. Problematico, certo, ma sicuramente migliore. 
RITORNO ALLA TRADIZIONE
 

I turisti aggrediti perché scambiati per fascisti.

Succede a visitatori di Bolzano

Li hanno scambiati per militanti di destra e li hanno aggrediti, con sputi e insulti, prima che riuscissero a chiedere aiuto alla polizia municipale e alla polizia. Protagonisti della disavventura cinque turisti di Bolzano, presi di mira da un nutrito gruppo di antagonisti di estrema sinistra, quattro dei quali sono stati denunciati.
I FATTI – L’episodio e’ avvenuto sabato pomeriggio nel centro di Pisa ma e’ stato reso noto soltanto oggi dalla Digos, che sta proseguendo le indagini. Sabato pomeriggio Azione universitaria e l’associazione Ronin, il movimento giovanile legato a Fratelli d’Italia, avevano promosso un’iniziativa a sostegno dei maro’ mentre gli antagonisti ne hanno improvvisata un’altra a poca distanza e di matrice opposta. Terminate le rispettive manifestazioni, spiega una nota della questura di Pisa, ‘mentre i militanti di destra venivano scortati alle loro auto, una trentina di antagonisti hanno intrapreso una vera e propria caccia all’uomo e, una volta incrociati i turisti bolzanini, nella convinzione di avere individuato estremisti di destra, hanno riempito i cinque malcapitati, tra cui due donne, di insulti, sputi e uno di costoro ha anche ricevuto un calcio’. La polizia municipale e, subito dopo, l’arrivo tempestivo di personale della Digos e dei reparti della Polizia di Stato, ha evitato che i turisti fossero sottoposti a ulteriori violenze e intemperanze. (ANSA).

Video Forza Nuova

Video Forza Nuova Rimini.

Pestata a sangue dai “profughi”: non era arrivata la paghetta statale

E’ ormai allarme sicurezza per i falsi profughi che creano disordini e compiono aggressioni in tutta Italia.Una donna massacrata di botte da un gruppo di “profughi”.
Ad accendere la miccia, il mancato pagamento da parte della Prefettura dell’assegno di 75 euro atteso ad alcuni di loro.
E’ successo venerdì, quando due uomini, accolti nella struttura sul Lungomare di Marzocca che ospita profughi di una guerra inesistente di varie etnie, si sono rivolti alla titolare chiedendo spiegazioni sul mancato arrivo dell’assegno, che alcuni di loro ricevono nella struttura.
Secondo i primi riscontri, la donna avrebbe tentato di spiegare che lei non poteva fare nulla per modificare la situazione perché tutto dipenderebbe dalla Prefettura. Parole che non sarebbero state sufficienti a placare gli animi dei due uomini che, inferociti, si sarebbero scagliati contro la donna procurandole diverse lesioni. A testimoniare l’aggressione, un referto emesso sempre venerdì dai medici del Pronto Soccorso dell’ospedale di Senigallia che hanno curato la donna e in seguito del quale sarebbero partite altre indagini. La vittima è stata subito dimessa. La donna, nonostante l’aggressione subita, non ha ancora sporto alcuna denuncia.
 



FRONTE NAZIONALE ANTICOMUNISTA.


FRONTE NAZIONALE ANTICOMUNISTA
La Compagnia dell'Anello e gli attuali SottoFasciaSemplice la resero celebre ai più. L'originale "Mercenario di Lucera", di Pino Caruso, potremmo considerarla un Inno alla Battaglia o, fottendo i peones antifascisti, alla Libertà da conquistare irridendo la morte, sacrificando la Vita per l'Ideale, inconcepibile a tanti. "Che cosa è un mercenario?", in molti risponderebbero "E' un soldato che combatte per denaro e una Patria che non è sua!", soddisfando con ignoranza la figura del mercenario ch'è nell'immaginario collettivo; ma non è proprio così, e alcuni di Noi lo sanno. Lo scenario della canzone è la provincia congolese separatista del Katanga (si, da cui presero nome i katanga del sinistro servizio d'ordine del Movimento Studentesco che insanguinarono gli anni '70 armati di hazet36) all'indomani dell'indipendenza dal Belgio teatro di una ribellione (appoggiata dai belgi) contro il Presidente Lumumba (poi assassinato). Forse qualcuno ricorderà... i 13 Aviatori Italiani massacrati, fatti a pezzi e buttati in un fiume a Kindu nel 1961; erano Caschi Blu dell'ONU, dimenticati da tutti. (per chi volesse saperne di più http://altrastoria.blog.tiscali.it/2012/06/28/eccidio-di-kindu-il-massacro-di-13-aviatori-italiani/) Ma ancor più dimenticati sono loro, i "mercenari", i morti "scomodi" all'ONU. Al conflitto (partecipò per qualche mese anche Guevara) presero parte alcuni "mercenari" Italiani, spesso ex Repubblichini. E' dunque il racconto di una piccola parte di Storia Italiana svoltasi nel Congo degli anni '60, quando diversi ragazzi partirono per l'ex colonia belga inseguendo un Sogno, un Ideale e diventando per la Storia, quella ufficiale, dei semplici Mercenari. In quel paese lontano dalla civiltà europea avvenne qualcosa di Speciale ed Unico, che è sempre stato raccontato a metà; o peggio con faziosità. Il Congo fu (dopo l'Indipendenza e durante la guerra civile), il crocevia di moltissimi combattenti della II Guerra Mondiale, dagli ex Wermacht alle SS, dai Legionari agli inglesi ecc. che, non volendo accettare la nuova Europa, tentarono l'Avventura. E non solo quella. Si creò un variegato ed interessante mix di Umanità europea nel quale ognuno aveva alle spalle una sua Storia personale, a volte Straordinaria. Di Italiani ne arrivarono molti, numerosi; non solo i Ventenni, ma anche quei quarantenni che avevano vissuto l'esperienza della RSI. Due generazioni a confronto, insofferenti all'Italia del boom economico anni '60.

Li immaginiamo quei Mercenari "partire" con Evola: "La Mia Patria è laddove si combatte per la Mia Idea", ch'è il Vero e profondo Senso della Storia. Li immaginiamo cantare con Noi, i loro "40 anni e la Camicia Nera", davanti al Fuoco.
 

E’ dura rimanere saldi nella fede…

E poi dicono che le chiese sono vuote e i seminari deserti… A guardare certe immagini anche il più convinto dei cattolici rimane quanto meno confuso. La fede vacilla! Ma le gerarchie ecclesiastiche sembrano non curarsene, evidentemente avendo più a cuore il consenso di certa parte (peraltro grazie a Dio minoritaria) di italiani. Ossia di quelli pro-droga, pro-aborto, pro-immigrazione, pro-gay, pro-trans, e chi più ne ha più ne metta. Ma mentre la fede viene messa a dura prova da certi preti e cardinali, altri uomini di Chiesa si esprimono ancora degnamente, rimanendo saldi nei principi e nella morale tradizionale. Eccone un esempio.
In seguito ai funerali di don Gallo presieduti dal card. Bagnasco la Fraternità San Pio X denuncia il grave scandalo causato dall’intervento di Wladimiro Guadagno (detto Luxuria) e dal fatto che il cardinale gli abbia amministrato la Comunione, come se il suo pubblico comportamento e la sua attività da parlamentare non fossero contrari alla morale e scandalosi.
Così si è agito anche nei confronti di altri rappresentanti di movimenti contrari agli insegnamenti della Chiesa. Secondo la dottrina cattolica e la logica del Vangelo gli autori di peccati notori, prima di accostarsi al sacramento dell’Eucaristia, devono pentirsene e riparare pubblicamente.
Riguardo alle posizioni difese da don Gallo, non denunciate dalle autorità ecclesiastiche, ed in un certo qual modo avallate dalla presenza del presidente della conferenza episcopale italiana al suo funerale, si ricorda che:
1- La legge di Dio condanna la pratica omosessuale e la Chiesa insegna che essa costituisce un peccato contro natura che grida vendetta al cospetto di Dio.[1]
2- Don Gallo ha aiutato delle donne ad abortire.[2] Ora l’aborto è un crimine poiché si uccide un essere umano innocente ed è punito con la scomunica non soltanto per coloro che lo praticano ma anche per tutti quelli che lo favoriscono in maniera efficace.[3]
3- L’utilizzo delle droghe cosiddette leggere, incoraggiato da don Gallo, non soltanto costituisce spesso il primo passo verso altre sostanze stupefacenti, ma è contrario al V comandamento che ci ordina di custodire il nostro corpo come un dono di Dio.
4- Il comunismo, esplicitamente sostenuto da don Gallo[4], è stato condannato dal Magistero ecclesiastico come “intrinsecamente perverso”.[5]
Tali comportamenti manifestano in maniera sempre più evidente la grave crisi che sta attraversando la Chiesa ed il tradimento da parte di membri importanti della gerarchia dei principi più elementari della morale cattolica.
Don Pierpaolo Petrucci
(comunicato stampa della Fraternità San Pio X)

I mega stipendi dei dipendenti del Pd.

La politica per passione? Non scherziamo. Varrà per i consiglieri comunali che prendono un semplice gettone di 30-40 euro. Ma la stragrande maggioranza delle persone che vive alle dipendenze della politica, quindi coi soldi della collettività, ha stipendi molto più alti della media. Insomma, la politica come business: lo sappiamo.
I dirigenti del Pd, in questi giorni, hanno fatto notare che, senza i finanziamenti pubblici, sarebbero “a rischio i posti dei 180 dipendenti”. Ora, vorremmo intanto capire perché dovremmo essere noi italiani a stipendiare i collaboratori del Partito Democratico. In secondo luogo, crediamo che le stesse 180 persone, eventualmente, troverebbero tranquillamente occupazione in qualche ente. Non preoccupatevi.


Sapete quanto guadagnano i dipendenti del Pd? Soldi che, lo ribadiamo, sono una valanga e vengono tutti dai cosiddetti rimborsi elettorali? Ha fatto i conti il quotidiano Libero e ha calcolato che nel 2012, per il personale, si è speso un totale di 12,8 milioni di euro. I dipendenti, dicono fonti del Pd, sono 180. Questo significa che, mediamente, ogni dipendente del Pd guadagna 71mila euro lordi l’anno. Una cifra che è tripla rispetta a quella che percepisce un poliziotto o un insegnante, tanto per fare un esempio!
E chissà che in futuro il Pd non possa assumere più gente o aumentare ancora gli stipendi. Con la formula del 2 x 1000, infatti, i soldi per i partiti raddoppieranno, passando a circa 300milioni di euro l’anno. Altro che abolire i finanziamenti: gli stessi aumenteranno! Perché siamo in Italia e la politica – lungi dall’essere passione – è un business.

Kyenge: “Capisco gli immigrati che si oppongono alle leggi italiane”

CECILE KYENGE – Ennesima boutade del ministro dell’integrazione italiano che giustifica la rabbia degli immigrati: “Intuisco la vostra rabbia di stare in bilico tra due mondi”
Sempre più italiani rimangono perplessi dalle uscite del ministro italo-congolese Cecile Kyenge, la cui politica sembra, anzi é, esclusivamente orientata verso i diritti degli immigrati, dimenticandosi di qualsiasi loro dovere.
Dopo aver sostenuto la poligamia (per saperne di più clicca qui) la Kyenge adesso difende gli immigrati che protestano contro le leggi italiane! In particolar modo tutti quelli che ritengono che la loro naturalizzazione debba essere automatica e non tramite un processo che accerti la loro effettiva integrazione nel paese e la loro volontà di condurre una vita onesta in Italia.
A Perugia, il ministro Kyenge ha infatti inviato questo messaggio ai ragazzi che hanno ricevuto la cittadinanza onorarie ius soli: “Posso comprendere i vostri turbamenti, la fatica di far valere un’identità complessa, la difficoltà di stare in bilico tra più mondi, di fronteggiare una burocrazia non sempre amichevole. Intuisco la rabbia che a volte vi prende per non essere considerati italiani, pur sentendovi tali”.
Che il ministro di un paese si ritrovi a giustificare gli stranieri che non intendono rispettare alcune leggi del paese che li sta ospitando è una cosa che non si era mai vista… fino ad ora!

domenica 2 giugno 2013

legionario .

« Il nostro movimento legionario ha soprattutto il carattere di una grande scuola spirituale. Esso tende ad accendere fedi insospettate, esso mira a trasformare, a rivoluzionare le anime. Gridate ovunque che il male, la miseria, la rovina vengono dall'anima. L'anima è il punto cardinale sopra il quale si deve operare nel momento attuale. L'anima dell'individuo e l'anima del popolo. Sono una menzogna tutti i programmi nuovi e i sistemi sociali fastosamente ostentati al popolo, se alla loro ombra ghigna la medesima anima malvagia, la medesima mancanza di coscienza verso l'adempimento del dovere, il medesimo spirito di tradimento verso tutto ciò che è rumeno, la medesima dissolutezza, il medesimo spreco e il medesimo lusso. Chiamate
l'anima della stirpe a una vita nuova.

L’UNICA REPUBBLICA CHE CONOSCO E RICONOSCO

L’UNICA REPUBBLICA CHE CONOSCO E RICONOSCO


La mia Repubblica è nata il 23 settembre del 1943.